giovedì, luglio 21, 2011

I sacrifici agli elettori - di Alberto Rapisarda

Ormai sappiamo bene che la nostra è una situazione disagevole, umiliante e persino apparentemente senza fine. Siamo in un periodo in cui è necessario recuperare gli sperperi fatti nel passato, e questo compito è stato - ragionevolmente - distribuito. L'entrata nella moneta unica europea dovrebbe ricordarci che Prodi sciolse un dilemma: i parametri richiesti erano difficili da rispettare, ma ce l'abbiamo fatta, come direbbe John Wayne alla fine dal trasbordo dell'oro di Fort Knox.

Il punto rimane amletico: a chi spettano i sacrifici? Le risposta non c'è, poichè sarebbe lungo e penoso processo storico capire di chi è la responsabilità degli sprechi, anche se si può ragionevolmente supporre che sia distribuita egualmente: in anni in cui il governo attizzava il fuoco dellla "Milano da bere", gli yuppies erano esattamente quelli dei film di Carlo Vanzina - per un soldo ricevuto, la Cicala cantava subito la canzone dei propri ottimistici stili di vita.

Ora siamo un po' sbilanciati: Prodi, da saggio, avvisò che la strada era lunga e faticosa, ma il percorso che porta al recupero non può essere sulle spalle del popolo degli elettori. Lasciamo da parte, magari per sempre, l'Italia dei festini e cose poco onorevoli, che però capitano ovunque, mentre è saggio che i governanti, con le loro auto blu, gli ingressi gratis ovunque, ed altri privilegi, inizino da sè stessi, per indicare la ripresa di un automobile oramai rimasta in secca.

giovedì, giugno 23, 2011

La parola al governo - di Alberto Rapisarda

I commentatori vedono in B. un cadavere che cammina, ed a parte qualche rito haitiano di Tremonti, non si può dire che goda buona salute. La mannaia dei referendum e delle amministrative sono solo uno specchietto per le allodole: il problema è che questo è un governo balneare, come si disse ai suoi tempi, dove ognuno recita una parte che gli compete, da Commedia dell'Arte, e per il resto improvvisa.

Gli esempi stranieri di strenuo attaccamento al potere hanno però fatto comprendere alla classe politica che ci voleva, di tanto in tanto, un consenso basato su tematiche di ampia attesa popolare: il giovanilismo, l'europa, la banda larga ed internet. Sia che le cose si concretizzino, sia che falliscano, resta una remota possibilità che un certo schieramento politico passi agli annali per qualche celebre "bonifica".

Insomma, fare baronetti i Beatles è tutt'altro che concessione al delirio delle folle, mentre i mega concerti con Alicia Keys e gli U2, sono assolutamente funzionali alla elezione del primo presidente nero della storia degli USA. Resta un dubbio su chi abbia portato l'Italia nell'Euro, che a suo tempo era responsabilità di Prodi: ora il merito dell'Europa unita, da cui tutti vorrebbero andarsene, è dimenticato, ma la figura di B. di ieri ha dimostrato che in un discorso alle camere, di una parola chiave, è anch'esso dimentico.

giovedì, giugno 16, 2011

I referendari hanno la memoria lunga - di Alberto Rapisarda


Chi non ricorda Bettino Craxi, qualche giorno in anticipo sul quesito referendario che mise in discussione la sua capacità legiferatirice, "Io domenica vado al mare". Al mare ci rimase. Ancora, in una raffica di referendum, il governo pose riparo, legiferando in tutta celerità alla meno male, rendendo così inutili alcuni dei quesiti. In effetti è venuto a noia, lo strumento referendum, monopolizzato da Pannella e da un pargolo di un Presidente - entrambi oramai conoscono bene i canali per l'ammissione.
Il fatto è che la discipilina giuridica, quantunque complessa, si può cambiare sottilmente, pur inosservati. Non è difficile né replicare la normativa, appena appena modificata, né sottrarsi al giudizio del Popolo. Non scherziamo su tale termine, nemmeno poi obsoleto, se un quesito legislativo smuove milioni di persone, sottratte a dolcissime serate mediterranee, in cui, tra le otto e le dieci di sera, gli elettori significano decisamente la percentuale di "validità", decidono insomma tra la televisione nullafacente, e l'autodeterminazione.
Allorchè, nei ricordi di Albert Camus, il popolo si rovesciava nelle piazze, alla mattina arieggiata delle regioni algerine, per assistere ad un crimine che era ritenuto "particolarmente odioso", è difficile dire se si trattasse della memoria per ciò che il condannato al patibolo commise, mesi addietro, oppure per la discutibile gogna mediatica che imponeva ad un popolo amante del "cafè" e di sommesse passeggiate serali, di alzarsi nottetempo per testimoniare allo Stato l'uccisione di un proprio simile.
In effetti anche con Bettino Craxi andò così: distrutto dai quotidiani con le monetine sparate su commissione, poi esiliato ad Hammamet, dove i bene informati videro pure l'acqua zampillare liberamente in un giardino-oasi di zone paradesertiche. Pure antiche ipotesi referendarie che inorgogliscono noi "drogati", noi "omosessuali", sono il contario della vita: facoltà di uccidere un feto, di distribuire tossine in piccole dosi, di assistere un malato con inieizione letale - ma lasciamo correre.
Le sommosse popolari hanno tali desiderabili caratteristiche, pongono alla gogna un odioso delitto, su commissione di uno schieramente mediatico opposto all'analogo, temporaneamente maggiormente legittimato. Ricordiamo con piacere gli anni in cui "non se ne può più del referendum", o, come probabilmente avviserebbe Max Pezzali nella sua ultima hit, "sono solo una gigantesca buffonata, sono davvero tantissimi e se ti dicessi cosa voto, sinceramente non lo so".
Alcuni anni erano anni davvero formidabili - il popolo scendeva in "piazza" per protestare dei metodi contorti di poteri significativi, veduti contrapporsi con disegni contorti, con addestramenti militari, con neve che scendeva - bianca. Oggidì nessun timore: possiamo prendere istruzioni dalle proiezioni doxa, da tantissimo spam Internet, ma soprattutto, per uscire di casa e segnare una Croce, da - non dimentichiamoci mai chi ne detiene la propietà - carta stampata e televisione digitale terrestre.

giovedì, giugno 09, 2011

I telepredicatori hanno vita facile - di Alberto Rapisarda

Ci risiamo, gli editti bulgari vengono autoimposti dagli stessi destinatari. Questa volta trattasi di un conduttore che ha viaggiato di rete in rete (compresa Mediaset) nella convinzione inconscia che ognuno è sostituibile. B. aveva cercato di spiegarlo alla RAI ai tempi della acquisizione di Baudo, la Carrà e - chi era? - la Bonaccorti. Furono proprio le ferme parole di Zavoli all'epoca, a gelare lo schock mediatico, "nessuno è insostituibile", e, ancora "ciò che la gente segue è il programma, non un telepredicatore", ed infatti "Mi manda Lubrano" divenne...
Su "Quinto Potere" il telepredicatore annuncia il suo suicidio in diretta, e ciò fa levitare gli ascolti. Oggidì siamo oramai avezzi a tali megalomani. Un po' martiri, un po' cristologici, insinuano la propria resurrezione già all'abbandono (della rete) per rinascere su un'altra rete. Sembra un trucchetto - chi sa cosa succede dietro le quinte di un programma televisivo? per definizione fasullo - come i colpi di scena nelle telenovelas, dove drammaturgia e vicende strappalacrime consolidano l'affetto dell'aficionado.
Dunque perchè Garimberti non tenta il colpaccio? Riaprendo il programma col titolo "Annoraidue", può trattare per la conduzione con Lerner, Flores, e magari persino Zavoli. Nel mentre, Santoro riapproderà sul lido libero "La 7", dove darà improbabile battaglia, già sconfitto dai decoder della DTV, troppo complicati per trovarlo facilmente. La RAI, ebraicamente, potrebbe persino scommettere su un volto giovane, cercando senza tanto timore un nuovo Messia.

giovedì, giugno 02, 2011

Il complotto della crisi - di Alberto Rapisarda

Continuare a promuovere allarmismo sulla crisi mondiale, obnubila la nozione comune secondo cui il panico si sia diffuso per un limitato numero di fattori - il "sacco" della Borsa di New York, l'ascesa a potere di B. in Italia, e una generale confusione istituzionale tedesca: tre nazioni trainanti del G8, sufficenti a causare sfiducia in mercati che godrebbero altrimenti di ottima salute -, ma non equivochiamo: nemmeno B. è così agile nel sottomettere l'economia mondiale ai propri interessi bancari, piuttosto s'avverte una manipolazione dell'informazione istituzionale (i canali tradizionali, come televisione e servizi sociali quali le Agenzie del Lavoro), che richiama un bel graphic novel - con doverosa introduzione italiana di Umberto Eco - uscito per Einaudi: "Il Complotto" del fumettista Will Eisner.
Là - un romanzo grafico complesso e sofferto - Eisner ricostruisce la genesi della voce ottocentesca sul "complotto" ebraico per sovvertire l'economia ed i gangli del potere mondiali, portando alla luce numerosi fatti - ampiamente confermati da diverse fonti, e che l'autore confronta con consolidati studiosi del settore - che narrano di un libello fasullo: una persona di poche idee ma di enorme malvagità, redige un documento che screditi il popolo ebraico, solitamente riservato e lavoratore, che mantiene le proprie radici post-diaspora attraverso una comune pratica del reciproco aiuto: politica della "raccomandazione" - come diremmo oggi -, che non sottrasse mai i propri membri alla severità dello studio della Bibbia, alla pratica della gavetta, al rispetto per saggi ed anziani.
Non potrebbe il piccolo gruppo di associati a delinquere di
Wall Street ottenere altrettanto, quando la propria visione dell'universo si limita ad un ordinario manicomio di golf club, di macchinoni con vari leasing ed assicurazioni ad essi associate, ed una - questo è difficile giudicarlo, ma consegue - fiabesca vita nella villetta in zona bene: quotidiano sulla porta di casa, figlioli al college e consorti dall'estetista, come lo schoccato "Insider" di Michael Mann: l'unica soluzione al complotto della cupa "recessione", come vociferano nei paesi emergenti, è la scuola del Cardinale Mazarin col suo "il popolo si governa soprattutto con la superstizione": non è difficile supporre che la Banda Bassotti di Wall Street, dopo aver lungamente dissimulato il colpaccio, abbia deciso per un avvertimento agli innocenti: la cacca sul tappeto dei ladri d'appartamento romani, le sparizioni nel nulla delle compite direttici degli Uffici Postali, o meglio, lo sgonfiarsi improvviso - forse involontario - del pallone d'aria che i Beagle Boys di Carl Barks introducevano nelle riserva aurea di Paperone, per mantene il "livello" alle sottrazioni giornaliere.

giovedì, maggio 26, 2011

Il mio cavallo per un regno - di Alberto Rapisarda

La proverbiale ignavia della nostra classe politica, assai compresa a legiferare nei pressi delle vacanze estive o natalizie, ma poi nulla, è stigmatizzata da Albert Camus, nella sua piéce teatrale "Caligola": l'imperatore romano, pazzo di dolore per la perdita della sorella, conclude che i senatori possono essere rimpiazzati da qualunque soggetto, una pietra, un cavallo (come ricorda anche l'aneddotica storica). Più pop, anche Stan Lee inaugura su un fumetto celebre USA il Dottor Destino, sovrano mitteleuropeo, che decide d'un tratto di eliminare tutta la popolazione del suo stato, totalmente accessoria alle proprie smanie di potere.
In realtà i nostri governanti qualcosa combinano, con discreto impegno. I temi classici dell'inconcludenza (Il ponte Reggio-Messina, l'alta velocità, la banda larga) sono affrontati con scrupolo da alcuni visionari bi-partisan, ma restano impossibili da concludere, probabilmente più per il gigantismo dei vocaboli (Ponte, Alta, Larga) che per una reale incapacità delle commissioni di consegnare progetti, del parlamento di dibattere, del governo di farsi titolare di un'opera pubblica.
Cosa possa aiutare il nostro popolo a prendere decisioni, probabilmente chiederebbe un minimo di analisi della mitologia Luterana anglosassone, capace di fidare in un ex-alcolista come capo dell'esercito mondiale, ma decisa a rinnovare e ripulire - con la saggia mediazione dei media allargati (testate storiche, web) - qualunque scandalo Profumo, o gli accessi disinvolti di Monica Lewinsky nella stanza ovale, ricominciando verginali l'attività di governo - dal medesimo punto, ma con censorio orgoglio.

giovedì, novembre 11, 2010

Ruby e l'Italia di B. - di Alberto Rapisarda

La vicenda di Ruby, la timida marocchina che attizza i presidenti del consiglio, è purtroppo lo specchio di una parte dell'Italia d'oggi. Mi sovviene Mario Capanna, immancabile polemista sulla cui correttezza personale e politica tutti però concordano. Egli dedica il suo libro "Speranze" ad un giovane che gli chiedeva consigli di vita: per l'esattezza trattasi di una lettera lunga un libro a quell'adolescente. Ma per B. i rapporti con la gioventù meritano un'approccio diverso, buste con settemila euro, proposte di ambienti sicuramente destabilizzanti per una ragazzina giovane e bella, ed altre bizzarrie. La first lady V. tuttavia commenta - su qualche quotidiano "in mano alla sinistra" - che il marito sgradisce persino partecipare ai compleanni dei figli.
B. dice che il suo sentimento per la ragazza straniera è motivato dalla solidarietà: sono sicuro di ciò, anzi credo che B. sia profondamente sincero. Tuttavia la mia piccola biblioteca, nello scaffale dedicato ai volumi di politica e storia, affianca la Costituzione Italiana, un Millelire su come votare, e un bel saggio su Romano Prodi, allo straordinario "Dialogo sulla solidarieta'" di Massimo Cacciari e Carlo M. Martini, alle belle memorie del radicale seguace di Gesù Don Mazzi - ed infine vari volumotti di puro argomento sociale/solidale, tra cui uno sconcertante scritto della mia antica docente di psicologia (studiavo come Educatore ed Animatore per la Regione Veneto) su quanto sia difficile accogliere i bambini seviziati in famiglia. A dimostrazione che la solidarietà si costruisce faticosamente giorno per giorno, e che inoltre un'idea di Stato [sicuramente un buon governo deve utilizzare moltissima Real Politik, soddisfare ampie piattaforme (come si diceva molti anni fa), dialogare, mediare, promuovere guerre, infine diventare impopolare], ma tutto ciò può distogliere solo marginalmente dalla direttrice originale che il politico percorre ... che ovviamente ha deciso nel proprio intimo con un minimo di intelligenza sociale.

giovedì, settembre 25, 2008

Gli inediti di Andrea Pazienza: "Hot Dogs" di Baldazzi e Rapisarda


Avrei voluto continuare il flusso dei ricordi iniziato in questo blog attraverso tutte le fasi che portarono Riki Andrews a divenire un happening alla scuola del fumetto Zio Feininger. I dettagli sono tuttavia tali e tanti, che abbisogno di una lunga chiacchierata con Baldazzi. Poi ne riparliamo.

Qui accenno solo a come Paz fosse “posseduto” mentre continuava a scrivere e riscrivere - tutti noi altri si mangiava, ad un’osteria del Pratello -, la sceneggiatura del PRIMO racconto lungo del Vostro Investigatore Preferito, riempiendola di gag, di colpi di scena, di disegnini esplicativi. Per Paz il fumetto era trance, “stomaco”, liberi ininterrompibili flussi di energia artistica.

Il testo che segue è invece tratto dal mio “The Riki Andrews Book”, una sorta di autoproduzione su cui lavorai nel 1992 supportato da Abald (il quale mi mandò un “listato” di ricordi assai interessanti - magari alcune di quelle rimembranze le passiamo immediatamente nei commenti).

BTW: avete notato, ehm, come lo stile di scrittura e l’oggetto del dissertare ricordino assai i testi introduttivi (più “accessibili”, rispetto alle mie cose) dei volumi dei Classici del Fumetto di Repubblica, con 12 anni d’anticipo?

Faccio infine presente che Riki ha un suo sito web (http://digilander.libero.it/riki_andrews/), una voce di Wikipedia (pure), ed una e-mail mailto:riki.andrewsNOSPAM@libero.it - si sa mai abbiate qualcosa da dirgli!

Shalom

Alberto Rapisarda

Castelfranco Veneto, sett. 2006


Certi personaggi creati dalla fantasia di un autore sembrano essersi condensati dall'aria che ci circonda. Michelangelo, nello scolpire, diceva di togliere semplicemente il marmo che imprigionava le figure dentro la roccia, un po’ come, aggiungiamo noi, si fa con gli animali fossilizzati. E infatti una creazione artistica, non solo quando è realistica o plausibile, a volte pure nell'eccesso, nel grottesco, nella comicità, nell'enfasi di alcuni caratteri, capita che possieda un tale senso di "necessità" da affiancarsi spontaneamente alla multiformità del reale. Ripercorrendo il corpus artistico di un autore si può attraverso mille piccoli elementi ricostruire la gestazione di personaggi che solo più avanti acquistano una fisionomia ben definita, un nome, una propria "serie", eccetera. Riki Andrews, come serial a fumetti di alta qualità, viene progettato nell'inverno del 1984 a Bologna da alcuni autori di un gruppo che sviluppava progetti diversi ed indipendenti, accomunati dall'interesse per le vaste (e spesso inesplorate) possibilità espressive del linguaggio del comic. Il riferimento era dichiaratamente Denny Colt, The Spirit, di Will Eisner (che è un'opera talmente ricca da contenere il seme di molte altre esperienze artistiche successive), ma poi Alan Ford, l'Uomo Ragno e super-colleghi vari, fino ai recenti Sinner, l'Investigatore Senza Nome. Ma Riki Andrews come personaggio aveva già una sua fisionomia. La singolarità dell'origine di un serial tutto sommato "di genere" sta proprio nel fatto che il suo protagonista aveva una certa "esperienza" come progetto personale di uno dei suoi autori che lo aveva svezzato in una dimensione narrativa molto pop, filtrando il genere poliziesco attraverso le conquiste linguistiche degli autori di Frigidaire, di Alter Alter (1980 e dintorni). La frammentarietà di queste prime vicende di Riki Andrews impedisce di cogliere un senso di continuità non solo tra gli episodi numerati progressivamente, ma spesso addirittura tra le vignette di una stessa pagina. Persino il logo, Riki Andrews, sarà introdotto in un secondo momento. Gli elementi linguistici sono assemblati in parallelo, come in un mixaggio musicale, e mantengono, attraverso accorgimenti di montaggio, una chiarezza individuale indipendente dall'incalzare del ritmo narrativo. Il primo Riki Andrews è un agente segreto statunitense che agisce in ambienti onirici assai simili alla città del suo ideatore, Bologna appunto. Il suo aspetto, piu legato ai personaggi interpretati da Bogart che al collega James Bond, all'inizio lo rende persino un po’ inquietante. In realtà cio che fa e che dice non lascia dubbi sull'indole positiva di Riki Andrews. E ci fa capire perchè per Riki andarsene dal servizio segreto statunitense doveva diventare inevitabile. Ma questa è un'altra storia di Riki Andrews.


Prologo.

[…]

La vita di Riki Andrews non è linearmente ricostruibile proprio per i motivi suddetti. E nemmeno qui tenteremo di farlo. Accomuniamo il personaggio al destino dei vari Superman, dai molti futuri e dai moltissimi passati, dei Zio Paperone, ed a ritroso fino ad Orlando, Ercole, o lo stesso Odisseo, che vanta diverse vecchiaie a continenti di distanza. La tipologia del personaggio è tuttavia legata ad alcune vicende: prima una sofferta militanza nei servizi segreti a Stelle e Strisce, poi un'attività di investigatore privato legata agli stereotipi della letteratura di genere. A differenza però di alcuni suoi predecessori, non è un personaggio ambivalente, anche se non privo di sfumature. Riki Andrews prima che partigiano della legalità o della Giustizia è soprattutto un "buono". In lui le capacità professionali e le qualità umane convivono senza identificarsi. Ciò che fa, pur se complicato da una certa incoscienza, è ispirato da un'istintiva predisposizione al bene.


Il legame con il genere poliziesco, pur se in un ottica tutta particolare, è però determinante. Nel progetto del serial a colori, attraversando i naturali processi perfettivi, gli autori hanno sempre pensato a questo legame come ad un faro. Inoltre il rapporto, al quale faremo riferimento anche più avanti, che si è desiderato stabilire in più casi con l'opera fumettistica di Will Eisner indica precisamente un tipo (molto speciale, anche per i risultati eccellenti del serial The Spirit) di "crime story". Nelle carriere degli artisti, siano scrittori, registi o altro, il confronto con il "genere" è inevitabile, o per antica passione, o per occasioni che semplicemente si incontrano. Negli Stati Uniti si considera indice di professionalità saper offrire un'interpretazione originale del "genere". Noi europei poi, molto intelligentemente, utilizziamo ormai queste definizioni solo per comodità di comprensione (in enciclopedie o in data-base), o per riferirci a qualche opera classica (i capolavori western, il più perfetto giallo della letteratura, ecc...). Qui il genere diviene gradualmente il canovaccio dove il registro linguistico spazia liberamente. Non si tratta di ridefinire o parodiare un genere. Semmai di utilizzare un riferimento dove confluiscano differenti influenze artistiche.


Evidentemente vi troviamo certo cinema statunitense anni sessanta, la cosiddetta "nuova Hollywood", con riferimenti espliciti a Schlesinger (tra l'altro di origine inglese, in precedenza esponente del "free cinema"), a Coppola, con un ambiente ripreso da The Rain People (Non torno a casa stasera). Poi c'è l'America serializzata dei telefilm e dei comic book, quando veicolano sia semplicemente un vasto repertorio iconografico sia la genialità di stili che diventano innovazione linguistica (si pensi a Kirby, o Steranko, quest'ultimo citato esplicitamente in una vignetta di Riki Andrews). E ancora, per fare solo alcuni esempi, il dinamismo dei personaggi comici disegnati dai cosiddetti "Disney italiani", i paesaggi staticizzati degli impressionisti più lirici, la ricercatezza grafica dell'illustrazione naturalista inglese, dove è figlia degli stessi preraffaelliti, o la citazione velenosamente critica (in un rapporto di odio/amore, però) degli arredamenti idealizzati della rivista AD (un ambiente è nientemeno che l'ex-studio di Ronald "The President" Reagan alla Casa Bianca, sulla cui scrivania tra l'altro si trovavano, non riprodotte nel fumetto, addirittura delle enormi corna di bufalo, non sappiamo se abbattuto personalmente dal politico cow-boy). E ovviamente le atmosfere dei Chandler, dei Bogart, insomma dei Riki Andrews.


Attraverso queste molteplici chiavi di lettura il commento che segue approfondisce le fasi della lavorazione di alcune pagine scelte dei fumetti, accanto ad un commento critico più generale. Sarà comunque soprattutto il tema del "work in progress" a diventare il tema dominante, nella singolarità dei procedimenti utilizzati e dei loro campi di applicazione.


Logo.

[…]

Hot Dogs è un racconto che ha sviluppato gradualmente una dimensione blueseggiante, che ha compenetrato quella che in origine doveva essere concitatissima e volutamente demenziale. Lo stesso Riki Andrews è un omino dall'anima molto "bues", solo ed idealista. Un ex agente segreto, come ci ricorderà anche una storia successiva, perchè insofferente le gerarchie e l'azione corale, (anche se nell'ambiente è legato a molteplici amicizie di vecchia data). Gli autentici comprimari di Riki sono gli scorci di New York, i fast-food anni settanta, le infinite free-way, le rive dell'Hudson. In questa dimensione un po’ fredda, ma suggestiva, a volte anche poetica, dove i suoi stati d'animo empatizzano con gli elementi atmosferici, con i giochi di luce e con i colori che mutano, Riki si abbandona al proprio istinto, a volte persino ad una certa scelleratezza che lo adegua se non altro all'oligofrenia dei suoi strani antagonisti.


[…]

Long Island è la spiaggia dei newyorkesi. Qui, allontanandosi progressivamente dal centro urbano, il paesaggio è sempre più caratterizzato da vasti prati deserti interrotti saltuariamente da suntuose ville. Nella zona di confine Riki abita in una condizione abbastanza atipica, ospite in uno yacht. Conclusa drasticamente la sua precedente esperienza lavorativa nei servizi segreti (sul passato di Riki Andrews si farà cenno anche successivamente, anche se qui narrativamente l'importanza che ha è secondaria), in Hot Dogs il nostro è alla ricerca del classico ufficio alla Marlowe (nel quale lo vedremo in tutti i successivi episodi) ed è in qualche modo un "homeless". Tutta la seconda pagina introduce questa situazione e ritarda l'inizio dell'azione vera e propria. Nelle prime pagine vengono utilizzate parecchie informazioni in maniera reiterata, dando l'impressione che alcuni elementi siano superflui. Tra l'altro quella che ha più i caratteri della classica "prima apparizione" del personaggio (in relazione all'autonomia tematica che ha generalmente una graphic novel) è evidentemente la sequenza di pagina 4 ("Mr. Richard Andrews ?"). Mentre quella di pagina due è concepita piuttosto in parte come una sigletta esplicativa (simile a quelle dei telefilm statunitensi) e in parte come un riassunto della conclusione di un episodio precedente. L'ambientazione tra l'altro è basata proprio su del materiale documentario tratto da un telefilm(-accio) statunitense.


Il primo dialogo cui partecipa Riki, assai surreale (date le premesse), avviene sotto un cielo presago di pioggie, però schiarirà. Alle ultime luci della giornata Riki è già in piena attività nei pressi dello Shea Stadium, abbastanza periferico per offrirci lo sfondo di una vasta vegetazione. La prima controffensiva di Riki, a pagina 8, è addirittura la confezione ed il lancio di una bomba molotov. Dopo aver centrato il bersaglio, il nostro attende che i suoi aggressori escano a gambe levate. Quando Riki dice di non aver mai usato le fiale detonanti (che però tiene nel cruscotto della macchina) si comprende che non deve avere la dimensione delle conseguenze di un'esplosione. L'incoscienza di Riki è evidentemente non solo caratteriale, ma eredità del proprio passato professionale.


La sequenza dell'esplosione ha richiesto molte prove e riflessioni prima della versione definitiva. Si desiderava ottenere una fluidità nel succedersi degli avvenimenti, in un rapporto continuo di causa-effetto (x spara -> y risponde -> x scappa, ecc...). Alcune delle prime prove a colori della vignetta dell'esplosione mostrano una contro zoomata che dal piano americano giunge al campo-panoramica dall'alto, nel tentativo di operare un "allontanamento" dall'effetto drammatico dell'esplosione stessa. Ci fu uno scambio di idee su questa sequenza con Lorenzo Mattotti che allora stava completando il racconto Fuochi per la rivista Alter Alter, che si conclude proprio con lo scoppio della corazzata in cui si svolge tutta la vicenda. Ad esempio vi fu identità di vedute riguardo al fatto che dal punto di vista linguistico l'immagine esplicita dello scoppio rende superflua l'onomatopea. Ma se per Mattotti l'effetto distruttivo dell'esplosione doveva essere l'elemento liberatorio conclusivo di un sogno visionario, in Hot Dogs l'effetto dirompente della molotov è quasi casuale rispetto a ciò che Riki desidera ottenere. Altre vignette di prova vedevano un semplice sipario (lo stesso Riki Andrews in piano americano e parte del bosco) frapporsi all'esplosione occupante lo spazio rimanente. L'aggiunta ex-novo in un secondo momento della vignetta 4, un gufo in primo piano, introduce un elemento di sospensione rispetto alla sequenza logica dell'esplosione, e stabilisce anche un eterogeneità tematica nei soggetti del gruppo di vignette di pagina 9 (capanna-molotov-Riki-gufo-esplosione) che richiama la frammentarietà di una concitata esperienza sensoriale. L'esplosione rimane sola protagonista della vignetta che conclude la pagina. Infine vengono introdotti tre piani differenti sovrapposti (gli arbusti in primo piano, il prato in favore di luce, il profilo di un pendio coperto di rovi) che offrono un molteplice effetto: in primo luogo, di "allontanare" l'esplosione senza diventare elementi significativi, secondariamente di suggerire che i piani continuino ad alternarsi dal pendio al luogo dell'esplosione senza per questo quantificarli, e infine, grazie all'inclinazione del pendio, di condurre l'occhio del lettore lungo un percorso definito (cioè verso l'esplosione).


A pagina 12 invece ad esplodere sarà addirittura l'abitazione galleggiante di Riki, in conseguenza di una bomba a mano lanciata da un membro della banda non meglio identificata a cui Riki sembra aver pestato i piedi. A sottolineare l'inversione di prospettiva vi sarà proprio un elemento linguistico: il fragore dell'esplosione è espresso dall'onomatopea, in assenza dell'immagine relativa. Per altri motivi ciò che risalta in maniera interessante proprio a pagina 12 è l'utilizzo di inquadrature identiche ad alcune precedenti con effetti cromatici differenti. La prima vignetta è evidentemente la quinta di pagina 5, mentre la quinta è la quarta sempre a pagina 5. Il riferimento a questa tecnica (utilizzata abbastanza frequentemente nei fumetti, particolarmente per identificare un ambiente già familiare, come ad esempio il deposito di Paperone), ci permette di introdurre quella simile ma più complessa dell'assemblaggio, cioè dell'utilizzo di diversi elementi scenografici eterogenei per ottenerne uno solo coerentemente originale, utilizzata nella scena seguente.


Nel fumetto, a differenza ad esempio di ciò che avviene nel cinema, non si può utilizzare un riferimento scenografico concreto (un certo edificio esistente od un set creato ad hoc), o se lo si fa, attraverso un repertorio fotografico, comunque si attua una conversione in un linguaggio specifico che generalmente fonda la propria coerenza nella funzione narrativa che questi elementi scenografici assumono rispetto alla storia .

Ciò significa che nell'eventualità in cui l'autore fosse in grado di assoggettare le esigenze della vicenda narrata ad un ristretto repertorio documentario, siamo comunque in un caso particolare che è parte di una casistica più vasta. Seppur infatti le scelte che questi può attuare sceneggiando un soggetto sono pressoché inquantificabili, è vero che man mano si procede col lavoro si definiscono una serie di proposizioni logiche all'interno delle quali modificare un elemento cardine può voler dire non solo pregiudicare la comprensione del racconto, ma anche confondere i risultati delle scelte estetiche degli autori stessi.


Non trascuriamo di considerare, facendo qui una breve divagazione, che il lavoro d'equipe, senza costringere a rinunciare alla sperimentazione linguistica, richiede una fase di "fondamento" dell'opera (attorno a scelte estetiche, a convenzioni linguistiche, a metodi di lavorazione, eccetera) che, con tutti suoi pro e contro, differenzia questo tipo di prodotto da quello dell'autore completo a cui siamo forse più abituati a pensare. Tra parentesi diremo che il fumetto rimane una delle poche forme d'arte dove è diffusa ed apprezzata la capacità di un autore di sviluppare in totale autonomia un prodotto artistico anche dove convenzionalmente interverrebbero diverse figure professionali (nel fumetto si parla di sceneggiatore, di letterist, di inchiostratore, eccetera, ma può avvenire nella musica mediante sovraincisioni, nell'animazione, in alcuni casi anche nel cinema). I migliori autori ci offrono un'intensa immagine del proprio mondo intimo. Il lavoro d'equipe è finalizzato principalmente ad ottenere un risultato particolarmente complesso e sofisticato, difficilmente accessibile al singolo autore (si pensi agli effetti speciali nel cinema e nell'animazione), benché molto spesso si tratti dello sviluppo di idee di un unico artista coordinatore. In Riki Andrews i risultati ottenuti sono certo estremamente sofisticati, ma, come si è detto, le collaborazioni hanno più la dimensione estemporanea di "session", anche se metodo di lavoro in equipe non è stato meno tradizionale di quello che vige in ambienti più "istituzionalizzati" (come, poniamo, la casa Bonelli di Tex Willer e Dylan Dog).


Una lunga sequenza, che si dipana da pagina 13 a pagina 19, con l'esclusione di poche vignette, si svolge totalmente in una lussuosa villa stile inglese della periferia sud di New York. Era necessario definire perfettamente le caratteristiche di un ambiente all'interno del quale sviluppare alcune sequenze determinanti per l'ulteriore intricarsi, la drammatizzazione, ed infine la graduale chiarificazione delle dinamiche della storia (infatti nel dialogo che si svolge all'interno della villa si comincia a dipanare l'intrigo attorno al quale ruota il giallo di cui si ha la soluzione solo nelle ultime pagine del racconto, dato che all'uscita della villa inizia un classico inseguimento ricco di colpi di scena). La villa (si saprà solo alla fine chi vi abita), è indiscutibilmente di proprietari facoltosi (Riki Andrews all'udire l'indirizzo datogli dall'amico poliziotto, commenta che si trova nei "quartieri alti"), proprio il tipo di abitazione nella quale Raymond Chandler avrebbe ambientato contraddittoriamente un ambiguo dramma. Lo stesso Eisner (il quale sostiene spesso che dietro ad una grande fortuna c'è un delitto) privilegiando nella scelta delle immagini un atmosfera inquietante, ci conduce più volte in questi moderni manieri. In Riki Andrews la contrapposizione che c'è tra la decadenza delle strade della metropoli e la sontuosità della villa non è solo denuncia di disparità sociale (lo stesso Riki, nella fondamentale indifferenza che nutre per simili ambienti, si autodefinirebbe probabilmente di classe economica "medio/bassa"). C'è negli autori anche un interesse estetico per quelle abitazioni dove, nell'ideale prosecuzione della cultura micenea del palazzo attraverso le corti del medioevo europeo, si realizza uno spazio in cui vivere in stretto rapporto estetico con l'estrema ricercatezza degli elementi dell'architettura, dell'arredamento, della floricoltura, di ogni piccolo particolare. Questa prospettiva è stata enfatizzata al punto che troviamo per fare un esempio, dagli scorci della Giverny di Monet (l'interesse per la cura del giardino portava ad esempio già nell'ottocento ad introdurre piante ed elementi esotici tra la vegetazione di tipo europeo) agli arredamenti, come si è già detto, della Casa Bianca durante l'amministrazione Reagan.

Fondamentalmente gli esterni della casa sono riferiti ad una villa realmente esistente nei dintorni di New York riprodotta molto similmente nella vignetta 3 di pagina 14. Ad essa, una "estate" (come gli americani chiamano le ville con annessa campagna) che architettonicamente richiama lo stile delle "farm" inglesi (qui però alcuni interni sono molto meno raffinati di quanto si potrebbe supporre, nell'intenzione di mantenere un certo stile fattoria), nel fumetto sono stati commisti molti elementi di stili differenti, dalla pomposità di certe case coloniali del sud degli Stati Uniti alla pretenziosità dei parchi inglesi. L'ambiente che corrispondesse fedelmente alle intenzioni degli autori doveva, oltre a non equivalere a nessuno dei modelli succitati, possedere anche la coerenza che oltre a renderlo credibile permettesse di muovere agevolmente i propri personaggi al suo interno. Si lavorò su un modello geometrico semplice che definiva la pianta del giardino in rapporto all'ingresso (vignetta 1 di pagina 13 e vignetta 3 di pagina 16) e all'ubicazione dell'edificio stesso (quest'ultimo ad esempio ha una pianta a pi greca, resa complessa da una serie di elementi architettonici dove le pareti esterne sono frammentate da degli sporadici rientri di poche decine di centimetri). Ciò ha permesso non solo di proporre alcuni scorci in prospettive differenti, ma ha dato l'idea per un’inquadratura dall'alto della villa in una spettacolare prospettiva accidentale. In uno dei punti di fuga convergono le linee verticali (le altezze) del complesso architettonico, definendo pertanto la linea teorica dell'orizzonte al di sotto dell'immagine stessa.

Questa assemblaggio viene utilizzato a livelli differenti anche per gli interni della villa, o per le sequenze del drive-in fino a quelle finali del fienile. E' interessante percorrere in senso inverso le "contaminatio" che intervengono in varie fasi del lavoro, anche perchè offrono una differente chiave di lettura del prodotto. Senza entrare troppo nel dettaglio (si finirebbe col redigere una statistica), è interessante accennare a come gli stessi personaggi richiamino, per aspetti differenti, dei loro colleghi del mondo dei comics, o delle persone esistenti più o meno note.

[…]

Il racconto breve in bianco e nero è una nuova dimensione assai consona a Riki Andrews, ed aumenta i canali espressivi dei suoi autori. In quest'ultimo formato Riki inaugura l'agenzia investigativa Il Tuo Occhio Privato (Your Private Eye), mentre alcuni sviluppi sulla sua vita sentimentale ci vengono dispensati addirittura attraverso l'originario formato a singola pagina, fino a quel momento riservato ad un mood più onirico (quest'ultimo genere, vista l'autonomia narrativa che può vantare, non sarà in realtà mai abbandonato).

Gli orrizzonti di Riki Andrews espandendosi perdono in chiarezza. Riki con nonchalance se ne fa un merito. Alcuni racconti "underground" (uno è la trama originale della seconda graphic novel) lo ripropongono inquietante in un faccia a faccia con la criminalità politicizzata. La rielaborazione animata di alcuni fumetti tramite effetti di camera e digitalizzazione, lo sincronizzano con Bacharach, o con la musica "tecno" più estremista. Altre singolari illustrazioni lo reinventano in variazioni della solida ironia delle origini. Probabilmente finirà col perdere l'innocenza originaria, rigenerandola nel rigore morale.

O chi lo sa.

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