venerdì, giugno 16, 2006

Il vino buono va condiviso con gli amici ... INTERVISTA A MAGNUS (1984)


IL SOGNATORE IN BIANCO E NERO

di Giorgio Franzaroli

Chi dispensa cultura nelle varie forme, che siano film, libri, musica e tutto il resto che ci accompagna durante l’esistenza, rendendola piacevole, ci pare immortale, o almeno inesauribile. Dieci anni fa moriva Magnus, all’anagrafe Roberto Raviola, bolognese: uno dei più grandi disegnatori di fumetti di tutti i tempi. Chi sta scrivendo non ha remore a restringere il campo e definirlo in assoluto uno dei più grandi artisti italiani del 900. Non in virtù del fatto che il fumetto è già stato sdoganato da tempo e definito “nona arte” da nomi illustri, ma perchè le tavole di Magnus sono ormai icone che rappresentano il periodo che sta a cavallo fra gli anni '60 e '70. Come i film di Fellini, le canzoni di Luigi Tenco, le manifestazioni di piazza e l’eskimo. I fumetti “neri” con la “K” hanno albergato nelle camerette degli adolescenti di allora, e subito dopo sono stati ereditati da quelli della mia generazione, gli ormai quarantenni di adesso. Kriminal e Satanik furono personaggi epocali, che facevano il verso a Diabolik, ma che vissero in completa autonomia di stile, sviluppando, all’interno di intrecci truculenti, una vena grottesca irrepetibile, frutto di una simbiosi fra il disegnatore Magnus-Raviola e lo sceneggiatore Bunker-Secchi. Max Bunker (ovvero Luciano Secchi) arrivò all’apice della sua vena satirica con Alan Ford. E Magnus, dopo averlo disegnato, fu per sempre, per i profani, “quello di Alan Ford”. Disegnava centinaia di tavole al mese, e il metodo di riempire gli spazi con ampi chiaroscuri per velocizzare i tempi di consegna, divenne il suo stile imprescindibile. I suoi disegni in bianco e nero sono entrati nell’immaginario collettivo di almeno 2 generazioni. Qui è giusto ricordare i nomi di due fra i collaboratori che valorizzarono le matite di Magnus inchiostrandole egragiamente: Giovanni Romanini e Paolo Chiarini, anche loro di Bologna. Nel momento di maggiore successo di Alan Ford, la ditta Magnus & Bunker si scioglie.
Magnus diventa autore “per adulti”, e crea “Lo Sconosciuto”, un mercenario che si muove in Libano, in Sud America, e in altre zone storicamente difficili. A editarlo fu Renzo Barbieri, altro pioniere dell’epoca che creò un piccolo impero editoriale con i tascabili erotici. Magnus si rivela già un autore completo e le sue creazioni successive diventano dei classici riconosciuti anche all’estero, forse più che in Italia. La sua coerenza creativa è sempre ad alti livelli, che si tratti di un fumetto porno-splatter come “Necron”, o di un capolavoro assoluto tratto da un’antica novella cinese come “Le 110 pillole”. Con “L’uomo che uccise il Che” affronta l’approfondimento storico, e con la sua interpretazione di Tex Willer ritorna al fumetto “popolare”.
Il suo Tex uscì postumo, poco dopo la sua morte. Sfogliandolo, non si può non pensare con grande amarezza allo sforzo immenso che deve avere fatto per concludere l’opera. Nel 1984 Bologna era la capitale del fumetto: gli autori italiani che che disegnavano per “Frigidaire” e “Linus” abitavano quasi tutti qui, un nome per tutti è quello di Andrea Pazienza.

In quel periodo Magnus abitava ancora in Via Toscana, ed essendo il suo nome sull’elenco del telefono, lo chiamai chiedendogli di accordarmi un’intervista, da pubblicare su una fanzine che si chiamava “Nuvola Bianca”, edita a Ferrara da Stefano Trentini, con cui collaboravo in veste di “corrispondente da Bologna”. La prospettiva di un incontro con il mio disegnatore preferito mi faceva tremare le gambe, dal momento che all’epoca avevo 16 anni, e prevedevo anche che un nome così illustre non avesse tempo da perdere coi “fanzinari”. Invece Magnus mi diede appuntamento a casa sua. Ci andai accompagnato dallo stesso Stefano Trentini, che a quei tempi era spesso a Bologna, immerso nei gangli della burocrazia editoriale, e da Alberto Rapisarda, compagno di corso alla scuola di fumetto“‘Zio Feininger”. Era estate, credo Luglio. Ci aprì la porta Magnus in sandaletti, completamente rasato a zero, confermando la leggenda che aleggiava su di lui: Bob Rock e Magnus erano la stessa persona. Passai il pomeriggio nel suo studio schiarendomi la voce, afona per l’emozione, a furia di caramelle alla menta. Magnus parlava a ruota libera, le sue risposte nobilitavano anche le domande più banali. Quella che segue è solo una parte dell’intervista.
Il resto giace incomprensibile nella cassetta che usai all’epoca per registrare la conversazione, impossibile da sbobinare. Le domande sono frutto anche degli interventi di Stefano e Alberto, grandi appassionati di Magnus, e ora entrambi prefessionisti del settore. Il disegno che correda l'intervista fu eseguito da Magnus quel pomeriggio.

D
: Ormai è tantissimo tempo che lei disegna fumetti, e anche se continua a rinnovarsi, non le viene il dubbio di non andare al passo coi tempi?

R
: Io spero di continuare a rinnovare il mio modo di fare fumetti, ma non per mia ambizione, lo sento come un dovere nei confronti di chi mi legge; finchè mi si presenteranno nuove aperture sarà un mio dovere affrontarle. Credo che sia così anche per i miei colleghi. Per quanto mi riguarda, io credo di essere abbastanza attuale, almeno io vado al passo coi miei tempi. Io devo continuare il mio giro di pista, quindi posso rapportarmi con me stesso, non con quello che mi gira in torno.

D
: Della Nuova scuola Italiana come i “Valvoline” (n.d.r. : Igor Tuveri, Giorgio Carpinteri, Marcello Jori, Lorenzo Mattotti, Daniele Brolli, Jerry Kramsky) cosa ne pensa?

R
: Io ne penso benissimo. Loro sono nati autonomi. Autonomi nel senso che non puoi citare con facilità dei criteri con cui sono partiti. Adesso hanno una tenuta tale che non hanno delle cadute di tono. Si vede cioè la coerenza di uno stile. Ci sono però varie scalibrature, non come vicenda.
Una vicenda normale con il loro segno è già nuova. Loro indeboliscono la narrazione portante cercando di forzare la storia liberando molte immagini, ma è più difficoltoso seguirli. Pure c’è abbondanza di testi. Ma questo è troppo rischioso perchè il lettore si stanca di leggere tanto. Oppure non scrivono nulla e il lettore non è contento perchè la storia gli è scivolata via troppo in fretta. Lo stare a contemplare delle immagini senza sapere il senso di queste immagini è troppo per il lettore. Non si possono fare degli ermetismi. Lo fanno per paura di essere banali, mentre invece sul banale ci cresce molta roba.

D
: Però ultimamente ha collaborato con “Frigidaire” con una storia come “Socrate’s count down”, completamente diversa dal Magnus che tutti conoscono.

R
: Perchè collaborando con Frigidaire mi sono identificato con Socrate che beve la cicuta. A parte gli scherzi, avevo l’occasione di realizzare questo progetto. Essendomi letto questo
fatto, ho visto che il narratore era di una bravura eccezionale per la precisione con cui descrive. Io ho pensato che si poteva anche disegnare. Il problema non era il testo, infatti ne ho tirato via parecchio. Platone non aveva bisogno delle figure. Il problema era come rappresentare questi antichi Greci. Allora io ho fatto come delle statue di gesso, quindi l’inserimento dell’orologio elettronico per creare un certo contrasto. Poi mi hanno criticato i singhiozzi. Io non volevo fuggire dal fumetto e quei “sigh! sigh!” confermavano la mia scelta.

D
: Da cosa dipende secondo lei la qualità di una storia a fumetti?

R
: Da molti fattori: ad esempio ho fatto dei disegni in cui tutta la compressione che avevo nella storia precedente è scomparsa. Ti sto parlando de “L’uomo che uccise il Che”. Questa storia mi ha preso talmente nel disegno che ero preoccupatissimo. Dovevo creare una storia lunghissima, uniforme, uguale dall’inizio alla fine; è stato un grosso vantaggio in seguito: ho fatto delle figure femminili, e tutto quel peso che si era venuto a creare con “L’uomo che uccise il Che”, mi è venuto poi a facilitare le cose, mi ha dato più sicurezza nel segno.

D
: Molti pensano che con “Necron” lei ha fatto un regalo alla pornografia, mischiandola al grottesco.

R
: In Francia sta avendo molto successo, hanno riso molto. Il merito comunque va alla scrittrice dei testi, che ha una vena comica molto producente. Diciamo che volevo fare qualcosa della “nuova scuola”, ma sul piano del repellente. Poi sono scivolato sul buffo, e la scrittrice ha colto la palla al balzo, e ha scritto un sacco di situazioni buffe. Poi c’é stata la novità della linea chiara. Credevo che in questo modo avrei potuto cavarmela con maggiore rapidità, mentre invece non ti consente di mettere niente in ombra. Quindi ti devi frullare il personaggio da tutte le parti per non metterlo in ombra. La linea chiara comporta uno stile, un segno molto preciso. Non decidi subito le macchie e i neri. Qui mi sono trovato d’accordo con i Francesi. Non ho voluto rubare qualcosa, semplicemente mi sono trovato temporaneamente d’accordo con il loro modo di fare fumetti. Adesso tornerò al pennellino, ma lo farò apposta per fare un fumetto vecchio stile, una storia salgariana, e la disegnerò come non è mai stata disegnata. Ai tempi in cui andavano le storie salgariane, non c’era il sangue e il delitto come lo vediamo noi, nè tantomeno il sesso. Quindi riprendendo quel filone di avventure di avventure e facendo una storia riformulata ai giorni nostri, trovi un altro tipo di avventura. Guarda ad esempio “I predatori dell’arca perduta”. La trama è quella di un film degli anni 40. Tu guarda le singole situazioni e scopri che non è così.

D
: Come mai un amore così profondo per i paesi orientali?

R
: Perché sono più civili. L’amore per i paesi orientali è in un certo senso l’altra faccia di un certo odio per i paesi occidentali. C’è della convenienza a imitarli, sotto certi punti di vista, è anche vero che gli orientali hanno bisogno del rigore occidentale, diciamo che gli sarà utile.

D
: Della vena comica di Max Bunker è rimasto qualcosa nel Magnus di oggi?

R
: Oddio, ormai non più, vari trucchi sono stati assimilati, ma proprio non posso più sentire le influenze di Bunker, anche perchè faccio un tipo diverso da quello, che esige quel tipo di situazioni. Quello che disegno è anche il frutto di altri scritti. Ti rimando a “L’uomo che uccise il Che”. Lì l’arte dello sceneggiatore conta poco: in pratica è un distillato di documentazione e scritti dove l’unica cosa essenziale è la capacità di unirli logicamente, oltre poi a disegnarli.

D
: Lei ha smesso di disegnare ALAN FORD proprio nel momento in cui aveva più successo. Non le sono venuti dei rimorsi?

R
: Certo, comunque devi capire che settantacinque numeri tirati uno dietro l’altro non sono uno scherzo. Poi mi hanno fatto compagnia delle altre situazioni che all’epoca me l’hanno fatto dimenticare. “La Compagnia della forca” era una di queste. I compiti erano poi divisi fra me e Romanini, che a un certo punto era sconvolto perchè io non ero molto puntuale con le matite, e anche perchè io non ero molto convinto. Ma sono andato avanti lo stesso con quella storia terribile che è stata definita angosciante. Nel giro di quattro-cinque numeri si è capito subito, appunto perchè era il periodo in cui l’ombra di Alan Ford gravava ancora sulle spalle. Venivano da me dei ragazzi e mi dicevano di smetterla, e di tornare a disegnare Alan Ford. Io non pensavo di privarvi di un amore così grande!

D
: Quando disegnava noir e comico nello stesso tempo non si sentiva un po’ disorientato a cambiare sempre stile?

R
: Mha! Io mi sono sempre divertito: Raviola aveva certe idee, però Magnus faceva altri fumetti. Fino a quando Magnus ha rifiutato Roberto Raviola e ha raggiunto una totalità di carattere sul fumetto: è una questione di professionismo.

D
: Lei è un disegnatore metodico che lavora a orari stabiliti, oppure è uno di quelli che si alza di notte a disegnare perchè le è venuta l’ispirazione?

R
: Faccio delle gran dormite! Per mia fortuna dormo di sasso. Se dovessi pensare ai fumetti anche di notte ... Io ci vivo dentro già tutto il giorno! Poi faccio dei sogni, si, ma non a fumetti.

D
: A colori o in bianco e nero?

R: In bianco e nero! Magnus sogna solo in bianco e nero.

lunedì, giugno 05, 2006

I Maestri

Quando uno va ad un corso si pensa che ci vada per approfondire la materia, in qs. caso i fumetti (..come disegnare i). In realtà ti rendi conto che disegnarli è il meno, è il resto che costa fatica. Quindi passi al reale motivo per cui ci sei andato (il secondo è sempre quello principale), ovvero capire come sono fatti quelli che fanno i fumetti. Devo dire che NOALTRI fummo veramente fortunati. I nostri "maestri" VOLEVANO" farsi conoscere (per la maggioparte....). Quello che ho imparato in realtà lo uso tutti i giorni in altri settori (meno faticosi e più redditizi, visto che VOI NON leggete/acquistate fumetti e quindi gli EDITORI non li editano). A quelli che mi dicono " per me hai sbagliato lavoro dovevi disegnare fumetti" rispondo: Tu leggi Fumetti?? Nessuno!!!!!!!!!
Torno al lavoro, adieu.

lunedì, maggio 29, 2006

Jori: quel cielo così bianco

Marcello Jori era, tra i docenti della scuola "Zio Feininger", quello che poteva vantare una preparazione accademica completa, oltre a quel certo pysique du rôle - Andrea Pazienza a Lucca Comics (1984) continuava a ripetere "hai visto come è bello?" - dell'artista a tutto tondo.
Molto apprezzata fu una sua certa lezione, dove - come detto si parlava di tecniche di colorazione - ci fece capire quanto il cartoonist Mordillo avesse attinto a piene mani dal gusto e dalla sensibilità nell'approccio cromatico del grande Jean-Michel Folon - il quale a sua volta si ispirava a certe cose di Paul Klee, quando andava "in Marocco a risciaquare i panni della pittura moderna".
Nel suo lavoro di fumettista Jori invece adorava tecniche che aveva elaborato per proprio conto, forse memore degli insegnamenti scolastici, e questo creava in lui un dualismo tra la generosità dell'insegnante che non si sottraeva alla divulgazione dei risultati della sua ricerca - disse che si recava a Milano, in un negozietto altamente specializzato, dove trovava mitici colori ad acqua, i concentratissimi Dr. Ph. Martin's, che versava col contagocce - a corredo - su ampie campiture completamente bagnate, ed otteneva le sfumature facendo ruotare su più angolazioni i fogli da disegno - e di contro una comprensibile reticenza sulll'approccio definitivo che aveva con disegni ed ispirazione per i fumetti che pubblicava su Alter Alter e Frigidaire.
Assai realistici - dopo il periodo quasi astratto, ancora una volta dichiarata la provenienza dai lavori di Paul Klee, del poetico Minus - i racconti che consegnava per le pagine di Valvoline Motor Comics erano una successione di fotografie, o meglio fotogrammi di film famosi, con qualche occasionale divagazione accessoria - ma il nocciolo era li: "La sposa di Frankenstein", "Gilda", e molto altro.
Con questo processo intellettuale di citazioni su citazioni, cosa rodeva a Jori e sfuggiva a noi? Qualcuno disse che, a casa di Marcello - fatto che divenne una leggenda di cui s'è persa la fonte - aveva intravisto dalla porta socchiusa del suo studio un enorme episcopio, col quale proiettava sul foglio, e colorava direttamente ad acquarello, il suo archivio di immagini - secondo necessità.
Sia come sia, chi più chi meno, quasi tutti fecero tesoro delle sue lezioni, compreso lo stesso Giorgio Carpinteri, e lo stesso Andrea Pazienza, che più avanti colorò un fumetto completo con le tecniche "alla Jori".
Marcello, stufo di certe polemiche, ed anche indissolubilmente legato al proprio background accademico di cui si diceva, riprese a fare il pittore-pittore, benedetto da Vittorio Sgarbi in un bel catalogo di moltissime pagine.
"Quel cielo così bianco" è una frase - ancora da "Pompeo" di Andrea Pazienza - utilizzata dal protagonista della graphic novel, mentre in piazza Verdi a Bologna alza lo sguardo verso l'appartamento dove appunto Jori viveva in quel 1984.

lunedì, maggio 22, 2006

Andrea Pazienza in gita scolastica


Al finir dell'anno scolastico 1984, come ogni brava classe che ha meritato gli elogi degli insegnanti, Andrea Pazienza propose una 'tre giorni' in quel di Santa Cristina di Gubbio (PG).

In realtà la cosa nacque per altri percorsi. Era consuetudine alla fine delle lezioni trasferirsi in qualche osteria di via del Pratello, dove ci si scopriva molto uniti e gioviali.
Ciò portò Pazienza a concludere che eravamo una cosiddetta compagnia, cosa che lo eccitava, perchè: "io non sto in nessuna compagnia, volete essere la mia?", - si illuminò un dì.
Detto fatto, Paz uscì con questa proposta grandiosa: andare a trovare l'amico di matita Jacopo Fo (che sul Male si firmava Giovanni Karen), il quale ci avrebbe ospitati in massa in quella grande ed accogliente struttura che forse molti conoscono come "Libera Università di Alcatraz" (oggi si chiamerebbe 'agriturismo', allora era una specie di comune).
L'adesione non fu oceanica. Nondimeno in una calda mattina di giugno ci trovammo fuori dalle scuole, da dove partì un plotone di macchine, a capo l'Alfa 33 targata FG (sole donne, a parte il proprietario di garganiche origini), poi la Golf nera con Baldaz e Rapi ai posti davanti, e via dicendo.
Le indicazioni stradali dell'insegnante Pazienza erano state chiarissime: "avete presente quel triangolo formato da Gubbio, Perugia e Assisi, dove non c'é nessun paese? Noi andremo lì: in mezzo al niente!". In realtà, per non perderci, proseguimmo incolonnati attraverso posti ameni (la famosa strada panoramica Cesena-Terni), altri curiosi (Casa del Diavolo), finché si ebbe conferma che davvero eravamo diretti in un posto alieno dalla civiltà, una strada che diventava prima sterrata, poi infinita, senza sbocchi.

La permanenza fu squisita come il nostro ospite: le ragazze si mettevano in libertà, il risico e la battaglia navale la facevano da padroni, si trasmisero molte videocassette di lezioni passate ove, anziche parlar di comics, si celebrava la via della Katana (anche "Alcatraz" era una scuola del fumetto - estiva - in cui insegnava Pazienza) ... poi quantità sterminate di carne alla brace, canne a volontà, grandi gite al torrente a pescare la trota salmonata (eccerto, le canne servivano per la pesca, no?).

Molti disegnarono, fecero foto, riprese di lotte di Kendo, così vario materiale documentario rimase.
Per episodi più dettagliati, si lascia spazio ai commenti ed a prossimi post.
La foto invece, di autore ignoto, merita un veloce chi è chi: dall'alto si distinguono Jacopo, Paz, Miriam, Lucia, Abald, Giorgio, Simona, Francesca, Simona, Giovanna e moroso.
Ovvio che, come disse qualcuno, va un grazie a chi indica i nomi dimenticati, o precisa quanto scritto più in alto. Il resto degli errori sono nostri.

martedì, maggio 16, 2006

Magnus: un uomo non ancora pazzo per il fumetto

Nel 1986 il mitico Magnus si arrese agli inviti dell'organizzazione della Scuola, e venne a dispensare la sua Arte. Era una bellissima serata di maggio, fuori ancora chiaro, i treni passavano a raffica incuranti del disturbo recato al Viandante (e gli uccellini cinguettavano, ecc).
Col suo carisma alla Al Pacino/Michael Corleone (anche Magnus usava un fracco di brillantina), si sedette in cattedra, mentre ognuno si domandava: di cosa avrebbe parlato?
Be' sapete? nessuna filippica da artistoide, né improbabili metodi per generare idee.
Prese un libro di racconti cinesi, ne scelse uno a caso, e lo sceneggiò live on stage.
In circa mezz'ora riempì 6 fogli Bristol 35x50, con quelle veloci geometrie che si usano a livello di storyboard.
Soddisfatto, ripassò i disegni in modo da includere il testo e definire un po' le figure.
Ma ciò che colpiva fu un "panel" verticale su due strisce (prima e terza vignetta incolonnate, su pagina di sei vignette, per capirsi) con la veduta in prospettiva accidentale - dal basso - di una scalinata di pietroni, con (ulteriore virtuosismo) angolo tra due rampe.
Alla fine della performance - che fu, lo ribadisco, una vera lezione pratica su come tradurre un breve racconto ---> in fumetto - chiese con studiata timidezza se qualcuno voleva conservare le tavole in ricordo della lezione.
Si fece avanti un "tizio'' che assicurò cura e dedizione nella conservazione del tesoro raviolesco.
Quella storia inedita di Magnus è, credo, ancora a casa del nostro ex-compagno, ma mai rivelerei nomecognome, solo sotto tortura.

domenica, maggio 14, 2006

Memento

Un nome che non si trova nella lista è quello del caro e indimenticabile Ateo Cardelli.
Gigante buono delle zone imolesi, quando si iscrisse alla scuola, nel 1983, stava frequentando il DAMS, dove si sarebbe laureato con una tesi su Ken Parker. Tra le sue passioni c'erano però soprattutto le arti marziali, che praticava da professionista (era solito dire "non saprei far male ad una mosca"), e le donne che sceglieva più come mamme putative - loro pare che apprezzassero la sua tenerezza ed anche una focosità che manifestava a tratti.
Nelle sua vita Ateo commesse qualche (grande?) sbaglio, e, come i penitenti di certi romanzi cinesi, preferì abbandonare il mondo del chiasso per dedicarsi al figlio e all'assistenza dei ragazzi disabili. Uno di quest'ultimi, in un raptus, gli conficcò una lama nel petto. Suo malgrado Ateo ebbe le cronache dei necrologi.
Meglio ricordarlo con grande sorriso rassicurante, mentre mostrava la sua enorme collezione di fumetti e di saggi sul cinema, e se gli chiedevi quando avrebbe scritto ancora per una rivista per cui lavorava, scuoteva il capo e ti diceva: "ora devo far visita a mamma, è anziana ... per il fumetto ci penso, ma non aspettatemi".

giovedì, maggio 11, 2006

Se Solamente Tu Potessi Ricordare il Mio Nome

Andrea Baldazzi * Roberto Carubbi * Enrico Fornaroli * Giorgio Franzaroli * Francesca Ghermandi * Ottavio Gibertini * Leila Marzocchi * Roberto Marchionni * Alberto Rapisarda * Fabio Randazzo * Stefano Ricci * Mario Rivelli * Massimo Semerano * Simona Stanzani * Davide Toffolo * Daniele Trombetti * Sauro Turroni ...

mercoledì, maggio 10, 2006

Capitano, mio Capitano

Perchè il nostro attimo fuggente è li.
Perchè - credo nel 1990 - Ad Javea (E) alle sei del mattino nel terrazzo dell'appartamento CalleMontanar 105 ho preso un foglio di ScottexCasa e con la biro ho disegnato il mio S.A.M. su decapottabile e gli ho fatto dire: Zanna Live!
Quello Scottex, mai buttato."Andrea Pazienza e l'era Zio Feininger", Andrea Baldazzi

lunedì, maggio 08, 2006

It was twenty (three) years ago

"La Scuola di Fumetto e Arti Grafiche Zio Feininger" fu fondata nel 1983 da un gruppo di cartoonist appartenenti alla cosiddetta "scuola bolognese". In collaborazione con l'A.R.C.I. locale, Andrea Pazienza, Marcello Jori, Lorenzo Mattotti, Igort, Giorgio Carpinteri e Daniele Brolli formano la prima squadra di insegnanti che terrà le lezioni presso l'Istituto Aldini Valeriani di Bologna.

Adeguatamente promosso e pubblicizzato anche a mezzo stampa, il Corso di Fumetto raccoglie oltre cento adesioni. I corsisti sono divisi in tre classi, ognuna delle quali segue giornalmente le lezioni di due degli insegnanti, per tre giorni la settimana. Lorenzo Mattotti si occupa di regia e struttura della tavola, Jori delle tecniche di colorazione, Carpinteri di disegno applicato, Igort di multimedialità, Brolli di sceneggiatura, ed Andrea Pazienza di generica (o omincomprensiva?) narrazione a fumetti.

La prima infornata di lezioni è coraggiosa e ricca di esperimenti didattici. Tra novembre 1983 e maggio 1984, gli autori-docenti danno di tutto e di più, al fine di stimolare l'intelletto degli aspiranti fumettisti. Gli allievi hanno età e preparazione assai eterogenea: alcuni già professionisti dell'illustrazione o di arti attigue - desiderosi di perfezionarsi nel fumetto -, altri appena quindi-sedicenni con la mente apertissima all'esperienza collettiva. Ma la maggior parte è composta da neo-diplomati soprattutto liceali, che intraprendono i corsi come scuola parauniversitaria: essi si preparano adeguatamente ad inserirsi nel settore editoriale, già fanno fruttare le lezioni come avviamento al lavoro a tutti gli effetti.

Il primo anno di lezioni rende anche consueta la pratica di ospitare altri autori noti e competenti. Alcuni di essi negli anni successivi condurranno veri e propri stage, paralleli ai corsi canonici. Si ricordano Silvio Cadelo, Massimo Giacon, Nicola Corona, Antonio Faeti, Magnus.

L'anno successivo (1984-1985) è a numero chiuso: davvero Corso di Formazione Professionale approvato e finanziato dalla Regione Emilia Romagna, instaura una prassi di collaborazione con gli Enti Pubblici - che dà ottimi frutti. Lorenzo Miglioli sostituisce Pazienza (che ha abbandonato Bologna per una vita in campagna), e il resto dei docenti - invariato - s'impegna a creare opportunità, affinché questo primo nucleo di autori metta in pratica le abilità acquisite: mostre collettive, pubblicazione su riviste di fumetti già avviate o create ex-novo, stutture collettive dove disegnare, scrivere, incontrarsi.
Alla fine del secondo anno molti allievi hanno già pubblicato, e la scuola si prende una pausa di riflessione, a cui alterna comunque ottimi stage, come quello condotto dal citato Magnus, Maestro del fumetto di tutti i tempi.
Nel frattempo la Scuola si costituisce in circolo culturale, si stabilisce un rapporto di reciproca collaborazione col Comune di Bologna, e attraverso il tenace impegno del solo Igort (Brolli, Iori, Miglioli ancora collaborano saltuariamente), e l'affiancamento organizzativo del dinamico ex-allievo Enrico Fornaroli, sarà condotto qualche altro anno di corsi regolari. Poi il gruppo Feininger - ormai a tutti gli effetti squadra di disegnatori, soggettisti, coloristi, letterist - muta le attività scolastiche in altre forme di impegno.

ELENCO SPARSO DI CARTOONIST DAI PRIMI DUE ANNI
Andrea Baldazzi, Roberto Carubbi, Enrico Fornaroli, Giorgio Franzaroli, Francesca Ghermandi, Leila Marzocchi, Alberto Rapisarda, Massimo Semerano, Simona Stanzani, Daniele Trombetti, Sauro Turroni.

(altri nomi e altre annate in preparazione ;)