giovedì, dicembre 28, 2006

BROLLI, la spugna.


di Andrea Baldazzi

Daniele Brolli una sera mi disse “devi decidere se metterti seriamente a fare fumetti oppure no”.
Gli avevo portato la seconda versione di un’illustrazione basata su un racconto di Tonino Guerra. La prima faceva veramente schifo, e me lo disse. Quella invece gli piaceva.
La frase di Daniele fu uno dei migliori apprezzamenti che abbia mai ricevuto.
Ci pensai, molto, e decisi di smettere.
Le motivazioni che ti “costringono” a fare fumetti devono essere molto forti, e devono fluire in un luogo dedicato. La location dove produci il tuo lavoro è molto importante, alcuni sostengono che deve essere anche comoda. La mia non lo era ma era il LUOGO. Ho cambiato casa e l’ho persa nel 1987. Fare fumetti è molto impegnativo, un lavoraccio.
Quello che Daniele mi ha trasmesso è il metodo di lavoro, ovvero lavorare con quello che abbiamo a disposizione. Sappiamo disegnare? Cosa sappiamo disegnare? Quello è il primo limite. Poi ci sono le problematiche narrative...
Mi è sempre piaciuta un’idea che attribuisco a lui. Disegno delle vignette che mi piacciono e DOPO cerco di collegarle creando un percorso narrativo che le colleghi. Naturalmente escono storie con molte didascalie e poca azione, definiamole... poetiche.
Se invece parto dal presupposto di non sapere disegnare, faccio lo sceneggiatore e lascio il problema ad altri (e divento anche molto esigente con loro).
Daniele assorbiva trame come una spugna, in treno dai vicini di scompartimento, in osteria, o al corso da NOI. Gli artisti sono così, non lo fanno apposta.
Recentemente ho letto “Destination: Morgue” di Ellroy. Si descrive una rimpatriata scolastica, Ellroy si ricorda dettagliatamente dei compagni (li aveva studiati attentamente) ma molti non riescono a ricordarsi di lui. Loro agivano, lui li studiava, TRAMAVA. Mi ha molto ricordato Brolli.
Brolli mi ha introdotto alla BOXE, in senso letterario. Un mondo pieno di trame sotterranee, sudore e polvere. Nello sport la boxe è come il jazz nella musica. Ho sei tavole incompiute (per me compiute), che esprimono al meglio il mio bianco e nero: la boxe non è a colori.
Brolli, ancora oggi, mi permette di costruire il mondo alternativo in cui mi muovo, applico le regole di sceneggiatura alla vita, osservo. Pago le conseguenze.
Fare un corso di fumetto è anche rassicurante, ti rendi conto di non essere pazzo. Esistono altri messi molto peggio di te (loro diventeranno famosi). Essere “normale” in effetti, è solo uno stereotipo. Sono quasi sicuro che normale equivale a inutile.
Grazie Daniele.
... e sereno 2007 a chi legge (questo e altro).

Daniele Brolli estate 1989

lunedì, settembre 25, 2006

Carpinteri a Roma


Non so perché Carpinteri sia stato importante, non riesco a ricordarmelo. Ma lo è stato.

Alla Nuova Eloisa venne da Rockstar, ospite di Igort. Avrà pensato “Questi ragazzetti mi chiederanno un disegno...”.
Dunque venne con un pacco di fotocopie di un suo disegno. Quindi ho una fotocopia di un originale, fatto apposta per noi, di Carpinteri.
Poi ci siamo rivisti alle Aldini e siamo diventati “amici”. Ovvero ci siamo scambiati idee, abbiamo chiacchierato, siamo stati a casa sua.
MA...
Non riesco a ricordare nulla che riguardi i fumetti.

Solo un buon consiglio.

Per l’8 dicembre mi piace essere lontano da Bologna, così ho una (1) scusa per mandare 1 (una) cartolina.
Nel dicembre 1989 avevo programmato una vacanza (piccola però!) a Roma. Carpinteri si era trasferito con Moglie nella Capitale e lavorava per Mamma RAI. Quindi lo chiamo (come avessi il suo numero non ricordo) e gli preannuncio la visita. “Grande! Andiamo a cena assieme, chiamami quando sei qui, ci vediamo...”.
Sono un po’ ragioniere in queste cose, prima arrivo a Roma. Preannuncio ai miei amici/che che avremmo incontrato il Grande Carpinteri! Il disegnatore di Fumetti!
Cristina mi fa: “OK, allora PERO’ sabato sera andiamo fuori dal Teatro delle Vittorie, a Fantastico c’è Steve La Chance e io DEVO vederlo! E voi mi accompagnate!”

Tre ore in piedi fuori dal Delle Vittorie nella bolgia con zero gradi per vedere (solo io che sono alto) Anna Oxa di spalle che esce da una Mercedes, manco si gira a salutare!. Povera Cristina.

Il giorno dopo, come da accordi, telefono a Carpinteri che, sfiga, ha un impegno improvviso e declina l’invito. Mi consiglia però il ristorante: Hostaria da Maurizio e Natalino – Corso Francia.
E noi ci andiamo, glielo devo! Ottimo posto, mangiato bene, visto Pietrangeli in OTTIMA compagnia. Grazie Giorgio.

Corso Francia, in quella zona, mi impressionò moltissimo. Vecchi opifici dimessi, lampioni alla Will Eisner, atmosfera strana di città che finisce, sopraelevate da una parte, il nulla dall’altra.
Poi mi faccio i miei viaggi. Nel 1993 Daniele Brolli scrive Animanera per Baldini e Castoldi.
Breve citazione di Roma (il romanzo è ambientato a Rimini), Corso Francia, ritrovo l’atmosfera. Ergo: Brolli a cena con Carpinteri c’è stato.
Nello stesso libro, in un bar di Rimini, Daniele piazza un vecchio (oggi vecchissimo) manifesto dell’INTER. Per me quel manifesto (campionato 88/89) era, ed ancora è, in una Pizzeria (ex Bar Olmo) di via Massarenti a Bologna (los chicos se recuerdan de el Hombre artista...).

Questa è la realtà.



martedì, settembre 19, 2006

Aprile 1986 – Blowing in the wind…



Ero in vacanza (sono sempre in vacanza?) alle Eolie, Salina. La giornata era uggiosetta. Avevo appena fotografato una rosa utilizzando il 50mm rovesciato (macro artigianale) appoggiato alla PENTAX ME super (il diaframma si tiene aperto con un dito) lungo il vialetto che portava alla spiaggia. La vacanza era in compagnia ma mi ero preso quel giretto da solo, avevo delle domande da farmi. La spiaggia sabbiosa era battuta da un vento indisponente, il mare grigio.
In bel tronco messo a mo’ di panchina, mi siedo, guardo il mare e mi chiedo “che ci faccio Qui?”.
In lontananza il vento trasporta un foglio di giornale. Pagina di un quotidiano, si alza, si abbassa, plana sulle mie Superga di tela. E’ di qualche giorno prima. Leggo (io leggo tutto, anche le etichette dell’acqua minerale a pranzo). In basso a sinistra, trafiletto: Stefano Tamburini è morto, trovato a casa sua dopo una settimana. Morto, solo.
Tamburini non l’ho mai conosciuto ma grazie al suo Snake Agent ho amato, manomesso, distrutto parecchie fotocopiatrici degli uffici in cui ho lavorato (adesso le so anche aggiustare...).

Le regole di APAZ: ci sono due tipi di persona che possono dirvi: “Mi piace il Mare”.
Quelli che quando arrivano in spiaggia si spogliano e si tuffano, si sbracciano, ti spruzzano e ti dicono “Allora, entri o non entri? Fredda? Macchè Fredda!!!!”.
Quelli che si siedono sulla sabbia e guardano il Mare.
Se questo fosse un film adesso partirebbero i titoli di coda con “I’ll Take the Rain” dei R.E.M.
Se questo fosse un fumetto di una pagina sarebbe Riki Andrews – Step by Step.

Andrea Pazienza - La semplici regole.



Ci sono cose che non dimentichi, mai, una a caso: “Se volete che un fumetto (di 8 pagine ad es.) appaia omogeneo senza far percepire che avete affinato i personaggi man mano che li disegnate, o al contrario che arrivate esausti alla fine con un calo di qualità, fate così: INIZIATE da META’! Arrivate alla fine e poi disegnate le prime tavole.”
Questo modo immediato di affrontare la tavola definitiva è tipico del Paz, la carta è il catino dove riversare (col pennarello) quello che nella mente è stato velocemente processato, sintetizzato, armonizzato con un unico fine: ipnotizzare il lettore.
Magnus naturalmente non ci avrebbe mai rifilato un fumetto senza un megastudio preparatorio, chi ha avuto la fortuna di vederlo all’opera anche per un semplice schizzo da regalare al cameriere dell’osteria sa cosa intendo (almeno 15 minuti di astrazione assoluta dalla realtà mentre pensava: “potevo portarmi una matita, adesso mi tocca di disegnare diretto a pennarello!” ).

Quindi, in base alla regola, inizio dalla fine.

L’ultima volta che vidi Andrea fu a Lucca 84 in compagnia del “mitico” Rapi. Era seduto su una gradinata, sembrava su un trono, solo. In realtà mi vide lui, e mi chiamò. “Oh, Andre’, ciao, ma come fai a essere così abbronzato con ‘sto tempo?”. Ero appena tornato dalla mia prima vacanza in Spagna o meglio Tenerife. Paz (forse si ricordava il mio nome perchè uguale al suo?) si era già allontanato da Bologna e non ci vedevamo da parecchio. Come stai, cosa fai, passi da Bologna? Moooolto difficile! “Beh, allora scrivimi.”, “ ...e dove?”, “Qui...” A pennarello su striscia di Carta: Andrea Pazienza c/o Editori del Grifo – Montepulciano SI.
Non gli ho mai scritto (cosa Poi?). Ogni tanto riguardo quel foglietto, per me lui è li.
Quel giorno si chiude con qualche “disegnino” di Cavezzali, Quino e… LI BE RA TO RE! E un ciao di Marcello Jori, che aveva parecchi impegni.
A Paz non ho mai ri-chiesto un “disegnino”, qualcosa di suo mi (ci) ha dato ma ne parliamo in futuro (o in passato, visto che siamo alla fine).



sabato, settembre 16, 2006

Il primo giorno di scuola di Andrea Pazienza – ultima parte


di Alberto Rapisarda

La Lavagna Sistina

Credo mi sia quasi impossibile mettere altri nella condizione, a parte quei cento detti e ridetti che parteciparono al primo anno di corso della scuola Zio Feininger, nella condizione, dicevo, di focalizzare come era davvero Andrea Pazienza docente. Egli, disordinatamente ed in clima di vacanze e cazzeggi [ben diverso dal nostro corso, serio e quasi d’accademiche pretese], diede un po’ di lezioni di fumetto anche alla Libera Università di Alcatraz, un posto ameno tra le colline Umbre, di proprietà di Jacopo Fo [che ne dirigeva anche tutta la struttura scolastica]. Qualche altra dozzina di persone l’ebbe dunque come insegnante, ma se vedete i filmini che furono girati ad Alcatraz su Paz, concordereste con lo scrivente: si trattava veramente d’un clima da villaggio turistico [ambiente in cui Pazienza avrebbe comunque primeggiato, ehehe].

Da noi NO! Nulla di tutto ciò.

Mi ci vorrebbe un attore a rappresentarlo, e solo allora – forse - ai molti che leggono questi ricordi, o quelli di altri corsisti, come Carubbi e Franzaroli, si leverebbe quel velo opaco che ci impedisce di spiegare come esso era…

Be’, dato che sto qui davanti al PC a scrivere di tutto ciò, ci devo ben provare, magari proprio con l’ausilio del paragone cinematografico. Già… nel suo libro su Pazienza, nella sezione centrale - un’ampia raccolta fotografica -, Giubilati definisce uno scatto per Frigidaire davvero come “cinematografico”. E si! Perché per Paz la fisicità era essenziale. Posava spesso e volentieri davanti alla macchina fotografica, ed anche alla cinepresa. Somigliava nei suoi sguardi cattivi, quando si illuminava di pensieri alla Zanardi, al Gian Maria Volontà gelido e sanguinario, come diretto da Sergio Leone - ma anche, nel suo nasone a patata [“questa specie di escrescenza”, diceva], e in tutti gli imbarazzi da studente foggiano fuoricorso, al Massimo Troisi “non immigrante, in vacanza!” - meridionale della costa opposta dell’Italia, ma uguali, i due [oltre alla vaga, ma non poi tanto, somiglianza fisica] anche nell’incapacità di parlare un italiano senza inflessioni, e perciò nell’essere prigionieri d’una macchietta a volte coltivata, troppo spesso rimasta appiccicata addosso senza volerlo

Per due/tre mesi Pazienza aveva insegnato con questi riferimenti involontari cuciti addosso. La fine dell’anno s’avvicinava, e lui sapeva benissimo – anche se partecipava sempre più spesso, e sempre volentieri, a comparsate televisive – che il suo modo d’essere personaggio sul palco dell’aula scolastica non aveva prodotto successo alcuno.

La gente lo fissava silente ed aspettava qualcosa. Nel suo essere misterioso ed evasivo, allora Paz si circondava d’ospiti [“regaz, questo è il mio carrrissimo amico Nicola Corona, detto Nik!”] che potevano legittimarlo capobanda da spaghetti-western.

Poi, per farsi perdonare le innocue malignità da rockstar, arrivava con le tavole del nuovo fumetto, “Lupi”, e con un pennarello coprente ritoccava qualche vignetta non ancora finita finita, o allo stadio delle matite. Si faceva così un po’ ammirare, come il ragazzino abile con le matite colorate alle medie od alle elementari, che tutti i suoi compagni idolatrano, ma, appena si spostano le luci dei riflettori, resta un “misfit”, un perdente della vita che si sfoga col disegno - qualcuno a cui forse nel profondo preme più il consenso della mamma che lo aspetta a casa, o soprattutto della ragazzina coi capelli rossi all’ultimo banco.

Ecco qui: Paz si esibiva, poi ironizzava su sé stesso, poi, ancora, si esaltava, e, appena finito il tempo della lezione, tornava alle sue malinconie incurabili – lo sapevi in Osteria, o dalle soffiate delle ragazze che, a turno, lo “accompagnavano a casa”.

Eppure la sua incapacità di lavorare sul suo “personaggio pubblico” si riduceva a dei motivi molto semplici. Facciamo un passo indietro.

Nell’autunno del 1983 Bologna fu invasa di cartelloni che pubblicizzavano questa nascente Scuola del Fumetto Zio Feininger. Alcuni manifesti riproducevano un grande disegno di Carpinteri, tuttavia la più parte – dovette far davvero colpo! – era un’illustrazione di Paz in cui due persone correvano per le strade (di Bologna?), dopo la pioggia. Di essi si vedevano solo i piedi, ma, a parte la prospettiva del marciapiede a scomparsa, Pazienza si era divertito a disegnare attorno alla pozzanghera tutta una serie di omini, e case, montagne, la pozzanghera stessa era un laghetto in questo paesaggio surreale, minuscolo ma caotico, molto alla Moebius, delizioso!

Così un giorno entrò in aula, e disegnò delle montagne che delimitavano un laghetto. Qualcuno, forse, fece subito il collegamento. Paz disse solo “se disegnate una pozzanghera…” essa è come un laghetto. Disegnata la pozzanghera. “Poi, se a sovrastare la pozzanghera vi è un palo della luce…”. Disegnò il palo della luce, ed il suo riflesso increspato nell’acqua. La gente taceva, lo guardava. “Poi se c’è un muro”, ed ecco che il muro (dove aveva notato “I° piano”) si riflette anch’esso nella pozzanghera. Poi sopra il muro scrisse INFINITO, poi sotto, ehm, MURO. Più sotto POZZANGHERA… Aveva detto tutto, ma volle rincarare la dose, la lezione era agli inizi. STAGNO, ACQUITRINO, LAGHETTO, PISCIATA, FOGNA, da collegare con un vettore a doppia freccia, a: POZZANGHERA. Poi STRISCIA DI TERRA, ISTMO, SPIAGGIA, questi collegati a MARCIAPIEDE.

Bene: ora avevamo uno schemino fatto di pozzanghere/laghetto, un muro, il marciapiede, e un sacco di parole in maiuscolo collegate da fumose freccine intersecantisi a confondere la classe. La quale classe sempre taceva. Pensava forse: abbiamo di fronte la rockstar Pazienza, e ci disegna un muro, delle freccine? Paz stette lunghi minuti in imbarazzo, fissando ora il “muro”, ora la classe. Il muro, la classe, il muro, il muro.

Poi accadde. Quello che avrei voluto spiegarvi a parole, e che ora racconto con immagini verbali. Fu il Paz cattivo bandoleros che ripensò alle bache secche ed a tutte le sue menate maliziose, che ci osservò con scherno, ed osservò il muro. Poi ecco la sua sfiga meridionale, e dall’immobilità assoluta, si rasserenò (si ridimensionò?), si girò di scatto, prese il cancellino e disse “vabbè - ”

Con la lavagna ripulita, ridisegnò la pozzanghera, in prospettiva, col punto di fuga verso destra. Poi il marciapiede. Anzi: “regaz, dovete inserire tutto in un contesto. Sul marciapiede vi è un omino con impermeabile e nasone. Capelli al vento. La sua sagoma si riflette frastagliata sulla pozzanghera”. Era Zanardi, ancora lui. “Al suo fianco un lampione, ricurvo. Poi ancora una pozzanghera, stavolta sul marciapiede. Ed un muro. Anzi, una parapetto. Meglio: di marmo. Potete sbizzarrirvi con le colonne, molte”. Disegnava, parlava e disegnava.

“Adesso il muretto/parapetto delimita un terrazzino a semi cerchio. Essì, perché siamo molto in alto, ed il terrazzino è un belvedere. Sotto… sotto si intravedono degli alberi, dei sempreverdi. Un pino. Un’olea fragrans. Un declivio. Sterpaglie. A destra ancora del verde, ma anche degli alberi spogli, di cui fanno capolino solo alcuni rami rinsecchiti. Ora scendiamo. Ci sono delle abitazioni. Delle fabbriche. Coi camini che fumano. Dei campi lavorati, appena arati. Vedete?”. Ormai il muretto era trasformato in un panorama abbastanza ampio…

“Ora una strada tortuosa, sterrata. E quasi parallelo un fiume. Che si allarga in un punto. Disegniamo un laghetto prodotto dal fiume, ed in mezzo al laghetto un isola, tre alberi, con tre cappelli di verde”.

Poi: “oltre il fiume ancora campi pieni di verde, ed infine il mare, uno spuntone di roccia che scende a picco tra le onde… sopra di esso un faro. Il fascio di luce del faro punta al mare, alle …”.

Barchette? Ora avevamo sulla lavagna un bellissimo panorama. Raccontato da una voce intima di memorie, di Gargano, di giornate di caccia, di serate tardo estive. Pazienza – forse solo il Maestro Raviola possedeva altrettanta potenza immaginifica – creava le sue opere per induzione, per viaggi mentali, per fantasie.

Ogni tanto si allontanava, osservava l’opera, ripeteva “vabbè”, e magari ritoccava appena. In alto, al posto delle barchette interrotte, scrisse PANORAMA, più a destra PUNTO DI VISTA, poi ECC…

La classe era altrettanto basita. Ma non per disappunto. Egli, pure “il maestro” (con la M) Pazienza aveva donato la sua procedura, il magico che metteva nelle sue tavole. Aggiunse, ormai sciolti i flussi di generosità e sincerità, “il panorama all’infinito, mare, costa, ecc..”

Non vi furono molti altri ecc. Nelle settimane seguenti, alleggerito, riempì molti cartoncini di Zanardi a colori, di Francesco Stella con ombre reali e ombre portate… ma quello fu davvero il primo giorno di scuola di Andrea Pazienza… e, forse l’ultimo: tutte quelle tavole estemporanee erano autografi, regali ai fans, ai molti fans che erano, e restarono, solo spettatori al Corso, per godere degli effetti speciali o per recuperare qualche souvenir in fumetto.

Paz tornò spesso alla sua malvagità recitata, a volte purtroppo sincera!

Ma si rilassò. Forse in quel giorno di lezione imprevista imparò ad essere un buon docente di fumetti, ed un tutore, un punto di riferimento, forse anche amico, per coloro che avevano deciso di seguire seriamente i suoi passi.

Conclusione

Ho telefonato ad Andrea Baldazzi per chiedere se si ricordasse di quel poster del “mondo in miniatura”. Avendo scartabellato tutti i vecchi appunti dello Zio Feininger, e le mie tavole dell’epoca – ed inevitabilmente quelle di tempi più recenti (sapete, ordine è una cosa per pochi eletti) -, mi ritrovo in una stanza temporaneamente inagibile, nella quale avrei dovuto anche sfogliare la fumettografia di Paz. Nossignore. Preferisco rivedere i miei panorami – precedenti la “pozzanghera all’infinito” -, o gli studi che feci su vignette delle stesso Paz (colorate, incerte, coi Pantone più sgargianti), e poi tutti gli schizzi, tanti ritratti dei Beatles, i cieli stellati acquarelli-e-tempere per storie americane, e Riki Andrews…

Non so perché, ma dopo tanto ricordare Paz ed il Corso, m’è venuta voglia di rivedere le mie cose, le mie evoluzioni, le migliaia di studi che, dimenticati, m’erano serviti per costruire un fumetto fatto e finito.

Di Pazienza, bho! forse ho voglia di sentir ancora parlare… ma se Baldazzi non è stato in grado di rintracciare il gran poster di cui dicevo, non importa! preferisco parlare di me stesso, dei miei sudori al tavolo da disegno, di ieri, di oggi, e naturalmente del domani. Magari anche a me ci volle un po’ di tempo, ma il mio primo giorno di scuola è già arrivato da tempo, vediamo gli altri come saranno?

mercoledì, settembre 13, 2006

Ricevo e trasmetto APAZ Andrea Pazienza


Teatro Le ZeRBe e Teatrovunque
presentano
NEL SEGNO DI PAZ da Andrea Pazienza


con Antonio Carletti, Milena Fois, Giovanni Landi, Alberto Rizzi, Alessandro Scipilliti
drammaturgia e regia Antonio Tancredi
costumi Milena Fois e Alessandro Scipilliti
realizzazioni audio digitali Mauro Marchini e Tristan Martinelli
luci Federico Kata Canibus
fonica Tristan Martinelli
ufficio stampa Rosanna Tripaldi
organizzazione Teatrovunque


NEL SEGNO DI PAZ si presenta come un lavoro dolce e amaro, comico e violento, lirico e grottesco. Si inizia con Zanardi, Colasanti e Petrilli, i tre cavalieri creati dalla matita di Andrea Pazienza. Sono loro a gettare un ponte tra scena e platea, realtà e finzione, portando il pubblico attraverso un viaggio che si concluderà con un nuovo inizio, forse….
In una scena volutamente nuda, come il foglio bianco che aspetta di essere segnato, cinque attori , ma sembrano di più, danno vita a vari personaggi in un vorticoso gioco mimetico e trasformistico. Si passa così da storie dal forte carattere autobiografico, frammenti di vita studentesca a scenari psichedelici con protagonisti sempre meno umani. Tra una scena e l’altra irrompono i due mitici partician Paz e Pert, dove Pert sta per Sandro Pertini, abili guastatori sempre in lotta per la libertà. Una mosca irriverente, alterego dello stesso autore, interloquisce con il pubblico, presentando e commentando ciò che avviene sul palco.
Alla fine del viaggio due loschi figuri lasciano ad attori e pubblico una provocazione: e se la stagione degli sballi, delle frasi urlate, delle mode cambiate vorticosamente non fossero un modo per distoglierci da qualcos’altro, per vincere le nostre resistenze, per incatenarci ad un modello di vita che non si può scegliere, ma solo condividere?
Nel Segno di Paz è uno spettacolo da e su un autore che ci ha raccontato la fragilità di una generazione che ha tentato di scrollarsi di dosso verità precostituite per sognare e creare un’altro mondo, e nella sua sconfitta ci ha lasciato una grande lezione di libertà, urlando la sua resa invincibile. Chi assiste allo spettacolo avrà la sensazione di sfogliare un album dove le storie non hanno confini netti. Nel segno di Paz è pensato e vissuto come un concerto rock, una festa, dove restano sempre margini per l’imprevisto.


lunedì, settembre 11, 2006

Gli inediti di Andrea Pazienza: "Il mare d'inverno" di Franzaroli


di Giorgio Franzaroli

Andrea Pazienza
non aveva un metodo prestabilito di insegnamento, anzi, andava spesso a braccio.
Alcune volte credo che volesse stupire e basta. Come quando arrivò in aula con gli occhiali scuri (ma da vista) armato di katana, e incazzato disse che con noi voleva instaurare un rapporto zen fra maestro e allievo, cioè che se non avessimo fatto come diceva lui, ci avrebbe preso a bastonate. Ci fu silenzio, poi fra i banchi si levò l’allegro chiacchericcio divertito di noi, che avevamo capito che stava scherzando.
Però credo che Andrea non scherzasse affatto. Lui stava mettendo in pratica Kill Bill con vent’anni di anticipo. Andrea Pazienza era Hattori Hanzo, noi Uma Thurman, che invece di sfondare una tavola di legno a mani nude, dovevamo semplicemente riempirne una di carta, armati di pennarello. Altre volte ci metteva al lavoro con colla e forbici. Dovevamo inventare una sola vignetta, con sagome ricavate da cartoncino nero. L’unico intervento consentito con il pennarello era il lettering per la battuta. Non era una cosa buttata lì: Il risultato fu che alcuni pastrocchiarono scene incomprensibili, altri invece avevano realizzato delle vere e proprie gag autoconclusive, vignette con una battuta e via che sembravano fatte da Chiappori. Era il suo modo di scoprire chi aveva capacità di sintesi. Una volta ci disse "io faccio una sceneggiatura e voi la disegnate: la storia non la so, la facciamo adesso, partiamo dal titolo. IL MARE D’INVERNO! Come la canzone della Berté". E cominciò a disegnare a gessetti lo storyboard sulla lavagna, vignette su vignetta. Se avesse potuto asportare la grafite e stamparla su carta, sarebbe stata senz’altro una storia migliore di certe tavole pubblicate per inerzia. Era comica, demenziale e surreale: era la storia di uno sfigato succubo della madre, che è costretto a prendere un treno regionale solo per andare a vuotare la spazzatura dimenticata nella casa al mare. Frustrato dal treno e dalla madre, prende una barchetta per farci un giro senza saperla guidare e finisce in Yugoslavia. L’ultima persona ad averlo visto è una racchia bigotta che il protagonista prendeva per il culo durante il viaggio in treno, dicendole che stava andando a Saint Tropez. E mentre lui é prigioniero dei militari comunisti che lo credono una spia, le autorità italiane lo danno per morto perchè a Saint Tropez non c’è mai arrivato.
"Disegnai" la storia e chiesi ad Andrea se potevo pubblicarla sulla fanzine di Stefano Trentini, “Nuvola bianca”. Avendo di fronte a sé un ragazzino di 16 anni, mi disse che potevo farne quello che volevo. Chiaramente Trentini era molto contento di pubblicare una sceneggiatura inedita di Pazienza, anche se massacrata dai disegni di Giorgio Franzaroli. Siccome avevo già un po’ di senso del pudore, scrissi sotto al titolo “da un’idea di Andrea Pazienza”, così da scagionarlo da una sua involontaria (anche se consenziente) partecipazione alla mia iniziativa, e anche per evitare che il suo nome venisse citato sulla copertina in qualità di collaboratore attivo. Non so neanche se abbia mai visto un numero della rivista.
Se l’ ha fatto e non ha detto niente, vuol dire che era molto generoso.

giovedì, settembre 07, 2006

Il primo giorno di scuola di Andrea Pazienza - parte seconda [di 3]


di Alberto Rapisarda

Delle teorie delle ombre

Nel frattempo. Pazienza cominciava a domandarsi come sarebbe riuscito ad insegnare la sua materia, la narrazione a fumetti. Chiese consiglio a qualcuno, tra i suoi colleghi insegnanti. Ma restava un fatto: da dove attingere un metodo di docenza, nello zero assoluto, o quasi, di programmi didattici, di libri di testo, di esperienze – a parte qualche caso isolatissimo a Roma, Milano, nella stessa Bologna – di insegnamento dei fumetti?

Paz scansò molto abilmente, ancora per qualche settimana, tutto il problema, facendo per il momento memoria del metodo attraverso cui egli stesso aveva “imparato”, e che per molte vie traverse – compresi i suoi orridi, ehm, quadri -, lo aveva portato ad essere un divo dello stardom della nona arte. Ovvero il suo amato/odiato liceo artistico – che, come sapremo da varie fonti, non dovette essere così male, frequentato guarda caso, stessa città di Pescara, stessi anni, molti docenti comuni anche se in corsi diversi, da Tanino Liberatore (le estenuanti lezioni con modelli - nature vive e morte - traspaiono nelle prime prove fumettistiche di Pazienza, soprattutto in alcune timide anatomie prettamente accademiche - da cui s’affrancherà per fortuna ben presto -, che profumano di sagome inanimate, di corpi Leonardeschi, senza alcuna scintilla personale).

Soddisfatto di questo percorso a ritroso, Pazienza si dilungò sulla teoretica del disegno. Dire che non fece centro al primo colpo, non rende forse l’idea della delusione a cui, nelle prime lezioni da professorino pugliese, esponeva noi alunni. Non dimentichiamo infatti che l’adesione quasi oceanica (cento persone il primo anno!) era motivata per molti dalla presenza nello staff del divo Pazienza. Non tutti venivano a lezione per sudare mille camice sul foglio di disegno bianco, da riempire d’acquerelli, di linee chiare, di pointellismi. Per alcuni, ancor più per alcune, la lezione era uno spettacolo: la performance artistica del Divino Paz.

Difficile dire se Pazienza fosse in certo qual modo consapevole di tutto ciò, che cioè la gente voleva vederlo disegnare, e stupirsi, ed ammirare, come gli era successo tante volte tra le varie Lucca Salon dei Comics, e le feste di Frigidaire, e i molti happening fumettari che tra fine anni ‘70 e i nascenti ‘80 prendevano sempre più piede. Difficile dire, in altri termini, se tramasse d’essere un insegnante un filo crudele, che si fa desiderare come una bella donna, che si fa pagare e non-basta-mai, come prerogativa d’una Stella. Fatto sta che non ebbe migliori idee, in quest’ennesima fase di transizione, del dispensare lezioni su come si disegna. Assai improbabile, no? Un’ora soletta alla settimana, per di più serale, per illuminarci su come s’articolano le giunture delle mani, ché siano credibili – per dire il meno.

Annebbiato, una sera se ne uscì con una paludata chiarificazione su come le ombre si dividano in: 1- ombra reale, e 2- ombra portata. Io - stranamente come molti altri alunni/colleghi-destinati-a-pubblicare, provenivo dallo scientifico, e la manfrina della teoria delle ombre, che al liceo trovai affascinante, bellissima, chiarificatrice, l’avevo digerita volente o nolente nei cinque anni di disegno tecnico… quanti CONI posti sotto il fasci di linee PARALLELE della fonte luminosa “in teoria”, e tutte le proiezioni del vertice, e dei lati, eccetera.

Così anche il nostro insegnante, troppo concentrato ad impartire ‘sta benedetta Teoria, non ebbe da proporre null’altro che un manichino! Un viso d’uomo, molto Pazienzesco - poteva essere un Pentothal senza baffi, o il suo alter ego più maturo Francesco Stella -, ma per Paz fu solo un riflesso condizionato. Niente baffi? Non basta. Niente bocca, niente occhi, nessun padiglione auricolare, nulla di nulla se non l’ovale del viso, ed il nasone a patata che ben conoscete, proiettato per intero con tratto scurissimo, 2- ombra portata… sulla guancia; il medesimo nasone, scurito con leggero tratteggio, nel lato opposto la fonte luminosa, per definire la 1- ombra reale.

Le ragazzine che facevano a pugni per stare in prima fila, con le loro minigonne dark, con le calze velate attorno a gambe esili e desiderabili, un trucco leggero ma astuto, fiori tra i capelli… si guardavano imbarazzate, mentre Paz “regaz, per la prossima volta…” dava istruzioni su quante prove per conto nostro avremmo dovuto svolgere a casa - tutte le varianti (avete presenti quante varianti vi sono in una lezione sulla teoria delle ombre? no? frontale ombra laterale, frontale ombra bilaterale, tre quarti ombra posteriore, tre q…). Qualcuna di dette fan(s) forse meditò sul tornare a trascorrere le serate col moroso istituzionale. Senz’altro nessuna arrivò alla lezione successiva con tutte le varianti delle ombre reali e delle ombre portate. Noncuranti, tornarono ad occupare le primissime file, ed a sbattere le palpebre.

Che c’entra la Bertè?

La lezione che andava a svolgere quella sera doveva essersela rivista in sogno, davanti allo specchio, nel tragitto in macchina, lungamente quanto le repetitio d’uno dei suoi esami al DAMS. Pazienza s’apprestava a dare la sua prima vera lezione su come si fanno i fumetti. Anzi, parola d’ordine: facciamo un fumetto - fate un fumetto! L’idea non era tanto peregrina, e credo che gliel’avesse davvero suggerita qualcuno: ogni buon fumetto che circola sulla faccia del pianeta abbisogna prima di tutto d’una buona sceneggiatura. Ovviamente la materia “come si sceneggia un fumetto” era competenza di Daniele Brolli, così, se la memoria non m’inganna, le sceneggiature che Pazienza si portò appresso erano state scritte nella quiete casalinga, pronte da sciorinare precotte.

Una piccola osservazione va riservata al fatto che nella sua opera omnia – che io non possiedo “by heart”, indi prendetemi con le pinze – Paz s’era qualche volta appoggiato ad un collaboratore esterno proprio per la parte dei testi. Ad esempio il pluricitato Marcello D’Angelo, il Tamburini – per cui faceva i disegni sottobanco -, credo persino il politicante Nicolini.

Oggi – quel giorno – non solo era arrivato con un soggetto e con dei dialoghi, da affidare ad una classe intera, ma persino con una sceneggiatura – se preferite: un livello assai complesso di regia, montaggio, elaborazione sequenziale – che andava ad illustrare verbalmente… Con un misto di seriosità da docente, di eccitazione autorale, d’ilare complicità, Paz correva da un angolo all’altro della classe, a spiegare con grandi movimenti delle mani che la sigaretta in primissimissimo piano fa “FIZZ” eppoi il dettaglio entra nelle braci, persino negli atomi delle braci… “per poi aprirsi in un paesaggio cheto, floreale”. Oddio!

Questa sceneggiatura scelta per la mia classe, intitolata “LSD”, era tuttavia imbastita su una trama abbastanza semplice (qualche variante più “pesa” l’aveva già svolta – e la svolgerà pure in seguito – per proprio conto, con condimento di eroine, perversioni sessuali, ed altro): un personaggino alla “Pazienza” si FACEVA – in questo caso scolastico, d’un non troppo letale acido – e viveva tutta una serie di situazioni improntate al senso d’inadeguatezza nei confronti della gente e del mondo circostante (insomma il classico Sè sfigato, che non sa, da solo, evitare le merdozze invariabilmente pronte da calpestare).

Come è ovvio la vicenda era ridotta all’osso – detta tutta: l’omino piglia l’LSD, versa per paradisi lisergici, ma giunge una tardiva telefonata, un amico con due ragazze l’aspetta per una serata al cinema, dove egli naturalmente ANDRÀ… I dialoghi sono in puro stile Pazienza, pur ondeggiando tra il trito e ritrito (“ma Gino non doveva telefonarmi alle otto?”… “vatti a fidare dei Gini!”), alla comica collaudata (“sessanta biglietti”… “di prima classe!”), con qualche ciliegina di crudele ironia nei confronti di chi s’avventura nelle percezioni alterate (Gino: “dai non fare il cretino, sta per iniziare il film”… “Ai confini della realtà!”).

Nella minuziosa descrizione dei piani cinematografici, dei campi e controcampi, della curiosa preferenza (almeno in quest’occasione) per una quantità di “dettaglio” e “ancor più dettaglio”, Pazienza si riservò di svelare la fine del fumetto. L’ultima striscia, su pagine di sei vignette x tre strisce, andava riempita con una moltitudine di piccoli quadretti, che diventavano sempre più piccoli, sempre più frenetici, fino a sparire nel nulla. Forse la maschera del cinema, che era appena giunta ad allontanare il “viaggiatore” dalla sala cinematografica, avrebbe chiamato l’ambulanza, e lui “naaaa!!!” avrebbe fatto resistenza sferrando qualche pugno micidiale, per poi inoltrarsi allucinato tra le ombre delle vie bolognesi eppoi… “regaz, solo un’idea, finitela voi come vi pare!”.

Molti si cimentarono.

Per non trovarsi con cento “LSD” il giorno della consegna, Pazienza, come accennato, aveva preparato un secondo soggetto, dal poetico titolo “Il mare d’inverno”. Anche qui con un omino sfigatissimo, alle prese con un lungo viaggio in treno alla volta di Rimini.

Giorgio Franzaroli, in seguito universalmente misconosciuto per la prova che diede (ma come? un soggetto inedito di Pazienza, e nessun bibliografo di Apaz lo cita?), disegnò la storia riminese con uno stile vivace ed autonomo, e la fece andare in stampa sul giornale a fumetti di tutto rispetto “Nuvola Bianca”, diventandone di fatto il disegnatore ufficiale.

Quella dell’acido, “LSD”, fu realizzata fino in fondo da Roberto Carubbi – il quale però rimaneggiò pesantemente sia i dialoghi che la sceneggiatura, ma anche in questo caso il risultato fu professionale e tanto divertente da rotolarsi sul pavimento.

Io - m’ero cimentato con la stessa storia d’acidi di Carubbi - avevo preferito seguire alla lettera le istruzioni di Paz, realizzando il mio primo fumetto a colori con sufficiente elaborazione proto-professionale. Mi arresi all’ultima striscia. Quadretti all’infinito mi ispiravano il niente. Annotai, sul bordo inferiore della tavola, “vedi Creepy n. 23 pag. 46”, dove presumo qualcuno aveva avuto quella stessa idea dei quadretti all’infinito, molto prima di Paz.

Chissà: se un giorno volessi mettere a posto quelle tavole – “brutte ma fedeli”, direbbe il poeta – oltre a rifare il lettering, e ripulire un fracco di sbavature, dovrei consultare quel famoso Creepy, e, finalmente illuminato, concludere la storia in bellezza.

Resta un mistero: io non ho mai avuto numeri di Creepy… e, allora?

venerdì, agosto 25, 2006

ho conosciuto Andrea Pazienza !

di Roberto Carubbi



La prima volta che sentii parlare di Andrea Pazienza, fu solo all'inizio di estate del 1982. Con Teresa, un'amica di Fontanelice, diplomata all'artistico di Bologna, e con la quale si progettava qualcosa di fantastico (... mai partorito), ci recammo a Faenza a bordo della mia Mini 1000 blu, a casa di un grande illustratore: Cesare Reggiani. Reggiani, quella sera su nel suo attico cittadino, dopo averci mostrato delle sue incredibili tavole illustrate ad aerografo, tra le quali alcune pubblicate su Playboy France, ci parlò di Andrea Pazienza: “Conoscete Pazienza?” ci chiese... “é il più grande che conosca... guardate” (più o meno disse così). Ci mostrò delle sue tavole da alcuni numeri del Male e Frigidaire; in particolare si soffermò su una in bianco e nero dove era raffigurata un'orgia; una fusione di corpi nudi, “sinuosi” e intrecciati tra loro. Forse sarà stato il fatto che già ero stato colpito in modo impressionante dalla mano “mostruosa” di Reggiani che in fondo a Pazienza non feci poi caso più di tanto. Poi lo conobbi… Pazienza! Era la fine di ottobre o l'inizio di novembre del 1983; mi ero iscritto al corso di fumetto “Zio Feininger” a Bologna, che era presieduto dai giovani maestri dell'avanguardia Bolognese, l'underground metropolitano di allora. Loro, i fondatori di “Valvoline” erano Daniele Brolli, Giorgio Carpinteri, Marcello Jori, Lorenzo Mattotti, Igort Tuveri, ai quali era aggiunto Andrea Pazienza, che con “Valvoline” non aveva proprio niente da spartire; né i suoi fumetti con i suoi personaggi, né la sua personalità, che pareva, nella vita, essere rimasta quella di un ragazzone che si barcamenava in un mondo ormai fuori moda, e che raccontava spesso storie di eroina e delinquenza. Mentre gli altri maestri davano l’impressione di essere un po’ più distanti dai loro allievi, (anche se poi con tutti si usciva alla sera, dopo il corso, a finire la giornata, in qualche osteria), Pazienza, contraddittoriamente a quanto affermava in “Pompeo” circa i suoi allievi di corso, che apostrofava come “sfigati”, ne era in fondo il più amico e il più coinvolto. Tutti stravedevamo per lui e per il suo talento, le donne gli andavano fin sotto casa a tutte le ore, e lui egocentrico e spavaldo, godeva a bestia per tutto ciò. A differenza degli altri, di cui dubito fosse grande amico, Pazienza, “condiva” solo i suoi fumetti di quegli intellettualismi che gli erano propri, mentre nella vita si aveva l’impressione di aver a che fare con un essere molto più “terra terra” spesso lunatico e molto poco virtuoso. Di sicuro, cambiò la vita di alcuni, quel corso di sei o sette mesi secchi (dove nessuno conseguì l’attestato o il mezzo diploma promesso all’inizio, come da contratto… ma poi mai dato!… ma era l’ARCI di allora). Di tre sezioni, però effettivamente solo una si affermò poi al grande pubblico e divenne famosa: Francesca Ghermandi, che era in classe con me, Rapi e Baldaz e che ricordo graziosa nei suoi occhi e lunghi capelli castani e nella sua tuta di jeans. Talvolta allo “Zio Feininger” erano invitati altri autori conosciuti, come Magnus, Ugo Bertotti o Silvio Cadelo. A pensarci, a più di vent’anni di distanza, davvero non mi rendevo conto di tutto quel materiale umano e artistico a disposizione, a quei personaggi poi “mitizzati” dalle future generazioni. Igort, finì a lavorare in Giappone, Jori passò alla pittura affermandosi sempre più, Mattotti andò a Parigi dove vive tutt’ora e dove è considerato uno dei più grandi illustratori del mondo, Pazienza invece per colpa dei suoi vizi, morì nel 1988 facendo la fine del suo amico Tamburini e di tutti quei miti del rock, del cinema e della letteratura vissuti a cavallo dei '60 e '70, di cui i suoi personaggi parevano i fratelli minori. Pur raccontando storie di provincia, anche Pazienza riuscì a pubblicare all’estero; adesso non vi è una sua mostra che non sia presa d’assalto quotidianamente. Mostre in cui sono esposte, un po’ scolorite, quelle tavole che a volte noi avevamo la fortuna di scoprire in anteprima dalle mani dell’autore. Vedere disegnare Paz era un vero “knock out”: lui che arrivava sempre in ritardo, quando arrivava, e che talvolta mandava a cagare qualcuno per nulla, si trasformava quando prendeva in mano un gessetto ed iniziava a riempire la vecchia lavagna nera delle scuole Aldini. Di solito, nel mutismo estasiato della classe, Paz creava dal nulla, volti e corpi che si materializzavano in pochi secondi, dalle ombre nette e sicure che ne davano un grande spessore ed una grande profondità. Era uno spettacolo anche il modo in cui spiegava il come o il perché, in una maniera comprensibile e poco tecnica. Spiegava per esempio, o meglio si raccomandava, di utilizzare sempre lo stesso foglio anche nel caso si fosse sporcato o rovinato, e continuare la traccia iniziata con la matita. Invitava a farsi furbi, come ad esempio rimediare ad un errore utilizzando etichette adesive o coprire parzialmente con qualche cos’altro, ciò che a volte non ne ha voglia di riuscire bene! Ad esempio… non veniva un piede? Non era un problema, lo si poteva un po’ nascondere magari con un sasso in primo piano! A me personalmente e caratterialmente stava anche un po’ nel cazzo. Le storie che raccontava e l’atteggiamento altezzoso e arrogante che assumeva a volte in aula, mi ricordava quei ragazzi più grandi di me, del mio paese ai tempi dell’infanzia, ignoranti come pochi, e solo il caso ha voluto non mi abbiano mai menato o tirato giù le mutande davanti alle bambine curiose. A qualcuno capitava, in un mare di vergogna! Io Paz, lo vedevo un po’ come lo vedeva Mattotti: un eroinomane nostalgico, fuori dal tempo. Nel 1984, i tossici avevano già rotto il cazzo, nonostante fosse ancora in auge il farsi delle pere e anzi, tanti fra le mie conoscenze cominciavano. Erano ragazzi e ragazze più piccoli di me di quattro o cinque anni, che non temevano né epatiti né aids.

Ricordo benissimo, una sera dopo il corso, in una osteria di Bologna, Mattotti che parlava di Pazienza; pur senza cattiveria lo trovava ripetitivo, come incapace di crescere e forse anche un po’ patetico, senza accennare al suo talento che gli riconosceva senza problemi. Loro due erano i due mostri sacri del corso, i più venerati e gli unici forse che non avessero nulla da dirsi. Ricordo Brolli con il quale non avevo un gran rapporto: lo vedevo intellettuale e chiuso nelle sue giacche e pantaloni scuri. Era difficile da capire quando spiegava, e lui stesso non si sforzava molto per apparire diverso; ma forse era di carattere così, chiuso ed educato. Igort, che mi fece conoscere e piacere “Kid Creole and the Coconuts” aveva una cresta che sembrava tenuta su dalla gelatina; si vestiva Dark e girava, senza patente, su una Honda Four 400 rossa della fine degli anni '70. Tra noi vi era stata anche una flebile forma di amicizia; dispensava consigli, complimenti, critiche e qualche volta anche maligne prese per il culo. Ricordo che faceva inchiostrare le sue tavole agli allievi e a me sembrava così strano…! Una volta a casa sua mi consigliò di leggermi tutti i volumi di una biblioteca, così da maturare! A parte ciò, apprezzava la mia mano; mi riconosceva un’abilità nel movimento e un giorno mi dedicò anche un disegno, su di un tovagliolo da osteria in cui aveva scritto: a Carubbi, a cui non devo insegnare niente del movimento. Forse era lui l’unico, del gruppo Valvoline, vero estimatore e un po’ amico di Pazienza. Al contrario Jori, da un po’ di tempo, amico di Paz non lo era più tanto… per il fatto che stava con Elisabetta, la sua ex, e per la quale Paz soffriva tremendamente. Non avevo una grande simpatia per Jori, non lo vedevo sincero perché non ti diceva le cose in faccia, anche se era bravissimo ad usare le ecoline. Una volta fui ospite, assieme agli altri, a casa sua a Bologna; la sua donna, la Elisabetta che tanti conoscevano di fama, non si fece mai vedere. Girava per le stanze aprendo e chiudendo le porte, come per dire: non ho voglia di vedervi, ma voi siete pur sempre in casa mia… Io quell’Elisabetta non l’ho mai vista… a parte una caviglia e un polpaccio, spariti in fretta in un corridoio. Giorgio Carpinteri invece era molto simpatico, molto alla mano e molto geniale; tra tutti, dopo Paz, era quello che mi piaceva di più, il più “Valvoline” di tutti, membro di quella corrente contemporanea che spazzava via tutto il bel fumetto classico. In Valvoline primeggiava più, nei disegni, la concettualità avanguardista che non la bellezza del segno, era importante, il disegno, farlo apparire, più che farlo bene. Ma Carpinteri, che non sopportava il jazz, aveva anche una gran mano ed ebbe molto successo; gli furono commissionate scenografie dalla Rai, poi sparì… sono vent’anni che non vedo più in giro nulla di lui… purtroppo! Di Mattotti, ricordo le tavole a pastello ad olio, di ‘Fuochi’, che durante la lavorazione, ci portava in visione con buona disponibilità. Erano tavole coloratissime, dall’impronta espressionista ma anche cubista, etniche e tribali, coinvolgenti e severe, adatte ad un pubblico colto e competente e non ad un cannonaro e acerbo giovinastro come me…! Fu uno spettacolo insomma che io non potei godermi completamente; eppure, quando gli mostrai le tavole di “Molly Break”, la mia piccola negretta che viveva ad Harlem con una zia bianca e che correva irrequieta di notte tra i grattacieli illuminati della città, ebbe un sussulto; gli piacque al punto una mia vignetta, che mi disse: “è bellissima! Sembra quella di un professionista”… detto da lui…! E una mia vignetta piacque anche al grande Paz, che in una storia pubblicata su un Alter Alter del febbraio 1985, riprese parzialmente, riportando in una sala cinematografica, che nel fumetto ospitava Zanardi, Colas e Petrilli, alcune paia di occhi, tra i quali, un paio più chiari, emergere dall’oscurità! Fu una piccola cosa, per carità, ma un grande onore! Del resto questa vignetta, era parte di un fumetto che cominciai con lui e che finii da solo. Prima della pausa natalizia, Paz tra i vari compiti delle vacanze, ne diede uno a tutti, particolare: finire una storia che lui aveva solo cominciato in una sola tavola, pubblicata nel 1983 sull’albo “Perché Pippo sembra uno sballato?”. Questa opera mai finita, che lui aveva chiamato “Acido”, era quella di uno che, smaronandosi, nel suo appartamento, trova un acido nel frigo…; io fui l’unico a terminare quella storia, che nonostante una sua promessa, non fu mai pubblicata!... ma era il mio primo fumetto, dal segno ancora acerbo e dalla tecnica improvvisata. Tra quelli della mia sezione, ero l’unico a cimentarmi nel “grottesco”, un genere demente dove Paz eccelleva alla grande. Ogni tanto sorrideva quando gli facevo scivolare sotto al naso i miei personaggi nasuti, con la tuta del Bologna o si divertiva, come quella volta che gli esibii il disegno di un aereo ben cazzuto pronto al decollo. Avrei di sicuro voluto conquistarne la stima anche solo con i miei personaggi che a lui piacevano e che assomigliavano ai suoi! Al corso ogni tanto, si presentava con qualche suo amico “speciale” di quelli appena “pescati” nella drogheria del quartiere; ad una lezione, ce ne presentò due, capelloni e imbruniti che se ne stettero tutta la sera seduti nei banchi davanti e che non rivolsero mai la parola a nessuno, solo aspettarono che Paz finisse per andarsene con lui. Un’altra volta un’allieva, mora poco graziosa ma con due gran tette, ebbe un mezzo malore perché lui non la cagava… le chiavava tutte ma non lei. Un’altra volta ancora, un tipo di Reggio Emilia, introverso e strano, si alzò durante la lezione e se ne andò senza salutare, né lui né noi! Non l’avesse mai fatto; comportarsi così con Pazienza era sinonimo di non aver capito un cazzo di lui, che prese la palla al balzo. Con uno scatto felino lasciò la cattedra, lo inseguì, lo bloccò nel corridoio e lo attaccò al muro dandogli dello stronzo. Questo impaurito cercò di spiegargli che era così di carattere e che doveva prendere il treno. “Ok” gli disse “levati dalle palle!”. Pazienza poteva anche stare nel cazzo ma era anche uno che, se preso in buona, dava tutto e raccontava tutto di sé senza problemi. Non si negava mai a nessuno, e in tutti i posti dove metteva piede lo vedevi sempre con dei pantone o dei pennarelli in mano, disegnare per qualcuno; in tanti oggi abbiamo un piccolo originale di Paz che oltretutto vale anche qualcosa... in tutti i sensi. Con lui non vi erano vie di mezzo, o valevi o non valevi un cazzo! Una sera al corso, Daniele Trombetti, mio futuro amico e grande illustratore di Imola nonostante i suoi soli 19 anni, si avvicinò a Paz e in un modo un po’ ruffianesco e pauroso gli chiese: “emmmh… Andrea ti posso far vedere delle tavole?” Paz disse “ok” e quando s’allontanò si burlò di lui imitandone la vocina e facendogli il verso: “ehh… ti posso far vedere delle tavole?… sfigato!” ma cambiò espressione quando Trombetti gli mostrò le sue tavole; si fece serio e attento ed esclamò: “sei veramente bravo… fatti pagare!”. Tuttavia non lo vidi molto stressato a quella lezione di primavera del 1984. La sera prima la RAIUNO aveva mandato in onda uno special sul nuovo emergente fumetto d’avanguardia, dove lui e Liberatore primeggiarono alla grande. Il giorno dopo lui arrivò, sulla sua Alfa 33 grigia metallizzata in orario, gasato e carico come una molla a ricevere i giusti onori che si devono a un mito; era tirato a manetta, in jeans, giacca, cravatta e occhialini scuri. Era talmente preso dall’euforia generale che a fatica rispose ad una mia battutina che fu: “cazzo ti ho visto ieri… zioboia!… cioccavi da morto!”. Di risposta ebbi un: “si eh?” e si lasciò andare all’abbraccio collettivo di tutte le donne. Il suo problema con l’eroina, emergeva più fuori che non al corso. Quelle volte che si era, dopo le lezioni, a bere da qualche parte, mentre tutto procedeva bene, a lui spesso capitava che cambiasse espressione… improvvisamente, sentisse un gran freddo venirgli su (anche se era estate) e dopo pochi minuti sparisse; non diceva dove andava, ma non era difficile immaginarselo! L’ultima volta che l’incontrai fu all’inizio dell’estate del 1984 nella “famosa” piazza di Cesena dove l’assessorato alla cultura aveva pensato con molto acume e apparente intelligenza (…i dipinti furono ritrovati molti anni dopo, a pezzi, in una discarica….)di invitare i nuovi fumettari italiani a dipingere sui pannelli di legno che ricoprivano una grande fontana e i suoi dintorni, in via di restauro. Intervennero oltre a Paz anche Bertotti, Carpinteri e noi allievi a dare una mano. Io arrivai di mattina sulle dieci sulla mia Honda Enduro 500xl; incontrai Rapi e Baldaz prima di arrampicarmi su di un’impalcatura dove Paz stava cominciando un enorme Zanardi a cavallo che si abbeverava da un tritone. Ci fu un abbraccio tra noi, anche perché era del tempo che non ci si incontrava; mi chiese invano se avevo da fare una “cannetta”… io notai delle cicatrici nel fianco, gli chiesi cos’erano… “bottigliate” mi rispose fiero! Poi per non deluderlo andai a cercare del fumo, senza trovarlo. A mezzogiorno in un ristorante messo a disposizione dall’assessorato, ci ritrovammo, oltre a mangiare (Paz non sopportava sentir masticare o sgranocchiare… penso me lo abbia detto un sacco di volte), di nuovo a disegnare tutti insieme nel libro per gli ospiti. Un cameriere stupido, riprese Paz che era in ciabatte, invitandolo ad uscire e tornare con un paio di scarpe, cosa che lui fece, incredibilmente, senza batter ciglio; solo si lasciò andare a un “spirito di disapprovazione”. Lo stesso cameriere stupido, dopo avermi elogiato, vedendomi disegnare e osservando all’opera anche Pazienza, esordì stavolta così: “hey c’è uno più bravo di te” “grazie al cazzo! idiota!!”… pensai. Il giorno dopo, eravamo di nuovo tutti nella piazza a “lavorare” quando improvvisamente sbucò da chissà dove un gruppo di ragazzi, forse di Cesena, che da sotto all’impalcatura dove operava Paz, cominciò a chiamarlo tributandogli un’ovazione degna di un comandante; con loro riuscì, finalmente, a farsi qualche canna. Nella tarda serata ci fu un brutto episodio. Si era a cena al ristorante, Paz era sparito da tavola come ormai era solito fare, spesso; lo incontro dopo Rapi, nella piazza, che piagnucolava: aveva perso l’orologio che gli aveva regalato la sua ex Elisabetta, in un momento in cui era chiaramente caduto nell’abisso della disperazione pensando a lei. Poi si riprese e tornò a tavola per sparire di nuovo; io mi alzai per andare in bagno e lavarmi le mani e me lo incontrai chino sullo stesso piccolo lavandino. Aveva gli occhi rossi, come quelli di un aborigeno, mi fissò con l’espressione malvagia, e, come avrebbe fatto Zanardi con Petrilli, mi offese, senza alcun motivo: “mi fai schifo!” disse. Me ne andai senza rispondere e con le mani ancora bagnate. Senza più rivolgergli la parola lo incontrai più tardi in un piccolo bar da dove lui mi venne incontro sorridente, e abbracciandomi mi offrì una sangria. Si scusò e basta, senza alcuna particolare giustificazione. Fu quella l’ultima volta che lo vidi. L’anno seguente il corso “Zio Feininger” fu ripetuto; ma non era più il corso di Pazienza, che se ne era andato da Bologna, ma quello del gruppo “Valvoline” dal quale io fui escluso, forse per essere stato, fino a quel momento, troppo poco “avanguardista”!… (ma come? Non avevo ricevuto l’anno prima anche i complimenti di Igort e Mattotti?). Terminò, quell’anno 1985, la mia esperienza Bolognese, anche se di tanto in tanto, sempre comunque in buoni rapporti, incontravo Igort, che andavo a trovare assieme ai miei due amici di corso Rapi e Baldaz. Nel dicembre dello stesso anno, tornando in treno da Roma, dove andai con Rapi alla sede di Frigidaire (incontrammo uno Sparagna ormai in disarmo e alle prese con la missione “raccoglisoldi” Orda d’Oro, missione che avrebbe dovuto inutilmente salvare il giornale…) fui quasi convinto da lui a fermarci a Montepulciano a trovare Paz, che si era sposato e stabilito là… Ma poi ci ripensai, facendo, non poco, incazzare Rapi. Continuai a leggere le sue storie, fino all’ultima stupenda e incompiuta, del cane cartaginese Astarte che combatte contro gli spaventosi, enormi mastini romani, ed uscita sul numero di luglio 1988 di Comic Art. Paz, il grande Paz era morto il mese prima! Non ho più incontrato nella vita, un genio come lui, il più grande di tutti, come disse quel giorno Reggiani!

venerdì, agosto 04, 2006

Le origini - Part TWO

Dimenticavo: Fatti e personaggi sono frutto della fantasia dell’autore, ogni riferimento alle realtà è puramente casuale (non si sa mai…).

Barbara abitava molto vicino all’Aula Corsi e per comodità di tutti – e soprattutto del resp. Corsi ritardatario – aveva ricevuto le chiavi ed era stata delegata ad aprire e chiudere l’aula corsi, Mastro di Chiavi e Mastro di Porta (Ensamble).
Il giorno dopo 8.30, Vespa, sotto al portico, bloccasterzo, la trovo fuori - porta chiusa (?). “Ieri sera il Resp e Alfonso si sono trattenuti, si sono tenuti le chiavi e mi hanno mandato a casa…”.
Arrivano tutti, entriamo, corso, pausa caffè. Si ripassano in gruppi gli appunti, i MIEI. “Guarda qui!, Bello Questo!” ecc. ecc.... e poi CLICK “MA quel disegno di ieri, l’hai tolto?” “QUALE?” “Quello mega di Alfons…” CLICK “No, era qui, dopo questo, prima di quello…” Controllo, tra due pagine mi sorride la dentatura del blocco, senza pagina attaccata, anzi STACCATA!
Ma Dove… Ma come… Ma PERCHE’?
Il Resp. è affabile e simpatico, gli chiedo se PER CASO qualcuno ha rovistato sui tavoli la sera prima, “NO” non sa nulla NEGA NEGA NEGA!

Il corso prosegue, da quella sera BLOCCO a casa (quasi sempre credo).
Finisce il mese di corso, iniziano i due mesi di vero lavoro del PERIODO DI PROVA.
Ufficio Titoli. Alfonso è il Vice, sopra di lui il Responsabile, lo chiameremo MISTER Y, Trader degli anni ’80 simpatico Q.B., distaccato, disinteressato (riassumendo ARRIVATO). Due mesi di limbo, ricordo solo la mia prima esperienza con la mitica pinzatrice ZENITH 548: Pinzo, sbatto il retro, parte il caricatore centrale a molla, VOLA, VOLA, si infila tra muro e armadio in lamiera PESANTISSIMO: irrecuperabile! CLICK “Vado a fare delle fotocopie.”. Butto la Zenith monca e inservibile sotto quintali di carta da macero. Entro in un ufficio momentaneamente vuoto, una ZENITH 548 langue sul tavolo, la MIA nuova Zenith, Col DYMO (da quanto tempo non ne vedo uno…) scrivo ANDREA, lettere bianche su striscia nera adesiva. Non so se siete mai stati in un qualunque ufficio, provate a tenere il conto di quante volte avete sentito: “Qualcuno ha visto la mia Puntatrice?”. Io, dal 1982, lo sento ancora oggi.
Altro rapporto interessante quello con la LOGOS 364 OLIVETTI, ma ve la risparmio.
Due oggetti che ORA vedo, uno alla mia destra e uno alla mia sinistra, ORA, qui sulla scrivania.
Tornando a bomba, alla fine dei tre mesi era prevista la mitica PROVA MACCHINE, ovvero uso di Macchina da scrivere e calcolatrice. Passaggio “proforma” per il viatico del posto fisso.
Quella sera mi rendo conto di una cosa: IO NON DOVEVO PASSARE.
E non passai, esito negativo FIRED.
Nel frattempo ho ricostruito E SONO CERTO che mi è stato rubato un MIO DISEGNO. Quindi salutando Alfons l’ultimo giorno, a freddo, gli chiedo pacatamente se ALMENO mi può restituire il MIO DISEGNO. Nega, Nega, Nega!
So di scene apocalittiche avvenute in ufficio dopo la mia uscita. Terzo grado a tutti i colleghi IGNARI “Chi gliel’ha detto, del disegno?”. Non avevo mai parlato di quella cosa in ufficio.
Il mio problema è Il Disegno, non il licenziamento (a parte le ripercussioni famigliari).

Qualche giorno dopo passo a trovare DON, gli racconto la storia. DON mi conosce e mi stima, non capisce. DON è mooolto dentro alle cose. Dopo due giorni ci rivediamo, SUE parole “Anche tu, però, fare le caricature ai funzionari…” ARIDAJE, non era una caricatura (NON so fare caricature, non chiedetemi caricature, chiedetele a CARUBBI, LUI è BRAVO!). Il foglio del blocco (The original ONE ©®™ by Balda 82) è nel mio fascicolo in DG.
Quindi cerco il dialogo. Rifaccio il disegno (quello pubblicato in Part ONE), non a biro ma a china non sul blocco ma su Fabriano F4. Scrivo un letterina (a MACCHINA, avevo una portatile LITTON ROYAL) gentile e circostanziata al Dott. Cirri (più su di lui non c’era nessuno), allego per chiarezza fotocopia del disegno e spedisco per posta.

E qui iniziano le sfighe.
CLICK - Cirri muore dopo due giorni (amo pensare che non abbia avuto la possibilità di leggere la mia).
CLICK - MISTER Y viene beccato a fare PESANTEMENTE gli affari suoi coi soldi degli altri, naturalmente nessun chiasso, si licenzia lui e apre una redditizia attività in proprio.
CLICK - La leggenda parla di ALFONS beccato in ascensore con la segretaria (Hi & Bye EN PLEN AIR).
CLICK - Al resp. dei corsi, qualche anno dopo, mentre pulisce la SUA pistola, gli parte un colpo (come a me con la ZENITH) e centra sua moglie (cosi riporta il Resto del Carlino). Il mistero della camera chiusa.
E io? Beh, dovendo fare il ragioniere e prendere come al solito “due piccioni con un fava” cerco un nuovo lavoro. Nel frattempo affino la mia vena artistica, mi informo. E quindi vado a fare il ragioniere in Piazza San Domenico, a due dico DUE passi da via del Cane: esco dall’ufficio e mi iscrivo alla Nuova Eloisa. Dentro ci trovo IGORT e BALDAZZINI.

Ancora un saluto a Barbara, che si licenziò di sua volontà, ed a cui devo ancora restituire THE WALL dei Pink Floyd (lo conservo comunque con cura...). Un grazie per la scatola di pennarelli che dovevano servire a colorare i miei sogni che però erano e rimangono in BIANCO E NERO.

CLICK adesso vado in Florida con Cristina, nel Frattempo ci attende Hurricane Chris previsto a MIAMI per Domenica. PS noi arriviamo nel pomeriggio.
IO NON CREDO NEL CASO


lunedì, luglio 31, 2006

Il primo giorno di scuola di Andrea Pazienza - parte prima [di 3]

di Alberto Rapisarda

Premessa

Il caro amico Roberto Carubbi m’ha chiesto di scrivere le mie memorie su Andrea Pazienza.

Robbè sostiene, credo soprattutto per il fatto che io, Paz e Baldazzi realizzammo un lungo fumetto assieme, che i ricordi che ho di quegli anni siano sterminati.

In realtà ho dovuto prepararmi. Sono andato nello studio dove conservo archivi, quelli si, sterminati, di disegni, scritti, appunti, illustrazioni, fumetti su fumetti, e lì in mezzo comincio a selezionare una particolare categoria di documenti: gli appunti del Corso Zio Feininger.

Vari motivi - soprattutto il fatto che nelle stesse pagine in cui prendevo nota di ciò che dicevano gli insegnanti ci sono molti miei disegni estemporanei -, mi portarono ad un certo punto della vita a scorporare dal quadernone da scolaretto del 1983/84 [e segg.] tutte le pagine che stavano a maggior diritto tra le raccolte dei miei schizzi & studi - quel tipo di cose che un fumettista usa per allenarsi all’opera vera e propria, e che per qualche motivo diventano importanti anche in altri momenti, diversi dalla realizzazione della storia a cui servivano [vedasi gli “scrigni del tesoro” di Magnus].

Tutto questo ben di Dio – tolto dal quaderno, archiviato su raccoglitori, ricostruito per l’occasione - ha causato un gran disordine in casa mia, ma forse un minimo d’approccio logico, alle memorie che Roberto mi chiede, l’ho impostato.

Nota essenziale prima di partire: molte delle cose che ho conservato dalle lezioni di Pazienza sono timidi tentativi di ricopiare in tempo reale quello che il nostro dotatissimo insegnante disegnava [dipingeva? fumettava?] sulla lavagna. Non chiedete dove sono quei suoi disegni – lo sa mister cancellino - a scuola le cose vanno così. E pure non chiedete a me di pubblicare qui quelle incerte scopiazzature: non va così il mondo.

Bache secche

Non ricordo nulla del primo giorno in cui APaz si presentò in aula. Già l’avevo incontrato in giro per Bologna, così forse non era un momento così importante per me, anche tenendo conto che amava circondarsi di Tossici, Katane & Armature da Kendo, Fratelli Michele [quello-piccolo-e-tarchiato], ‘Nik’ Corona, Cinture Borchiate, Spifferi d’Aria Tra I Capelli, Corsiste Aspiranti Fumettisti, Sacchi Pieni d’Armi [giocattolo], Mazzi di Chiavi dell’Alfa 33 Targata FG, Bustine…

Insomma, noi Bache Secche lo consideravamo un puerile esibizionista, che, come i Beatles nei pressi del loro scioglimento, si ravvivava[no] solo alle prese con l’ARTE.

E’ssi. Di questo devo dargli ancora oggi tutta la mia fiducia. Era un grande fumettista, e un bravissimo divulgatore di questa pratica così faticosa, fanfarona e fascinosa.

Già si disse, parlando della divisione delle materie nel Centro d’Arti Applicate Zio Feininger, che Apaz insegnava davvero il Fumetto: come si fa un fumetto, la sceneggiatura, e poi il layout, e ci mettete le onomatopee, le rifinite, e incollate le peccette, le peccette di Magnus. Era un vero fumettista.

Altro discorso per i cinque Valvoliniani [più Miglioli - ed altri che vennero].

Semmai erano manager, pittori accademici, semiologhi - ma autori di fumetti, hum… A Carpinteri soltanto riconobbi sempre lo status di fumettista [cioè, lui era un vero autore di fumetti, quelli veri, quelli tipo “faccio Topolino”], perché, bazzicando casa sua, scoprii la mitica libreria gigante su due mandate a coprire la parete più estesa del salotto, zeppa di fumetti – sapete quelle cose tipo Swamp Thing di Wrightson in lingua? Nulla a che vedere con Mishima edizione Guanda su carta prestige, o tutto Macluhan magari mai scartato dal cellophane. Sono cose che fanno la differenza, già…

Pazienza invece era un abile millantatore, al contrario: faceva credere di essere pittore [e il dadaismo, e Tristan Tzara, e due scatole], ripeteva che Frigidaire, la rivista più importante del decennio, era anche sua, sua proprietà, suoi i tocchi di genio, sua la grafica d’un fracco di cose. Poi parlava da pari coi politici, coi letterati colti, coi registi dalla vocina fina, coi terroristi, persino con i Presidenti Partigiani. Sembrava che la sua arte fumettistica fosse qualcosa da snob, che buttava lì tra un ricevimento a Palazzo Madama e le frequentazioni dei salotti romani di Elsa Morante. Un poliedrico, concesso, prestato, degnatosi all’arte dei baloon. Se ci siete cascati, magari plagiati da qualche editoriale Frigidairano di Vincenzo Sparagna, o dell’altro, l’amico Bussotti, be’, le cose non stavano affatto così.

Paz divorava Jacovitti, Kit Carson, Paperino e Satanik. Poi anche Crumb, certo. Ma egli era – si ricordi ora e sempre – un disegnatore di storielle con baloon: I FUMETTI.

Ed i fumetti perciò insegnava col rigore di colui che spiega tutte le fasi che devi metterti in testa se vuoi diventare non dico qualcuno, ma almeno un Bonelliano da fill-in – anche lì la sua disciplina era servita, Pazienza era servito. Molti [pochi] sono lì: a fare i fill-in per Tex.

Ma Apaz non si rassegnava. Tirava due sciabolate con la spada giapponese portata da casa – il che lo metteva sempre nella pericolosa condizione del fermo di Polizia & notte in guardina [avete presente cos’era Bologna nel 1983???], poi passava tra i banchi a sbirciare le calze di nylon delle corsiste, ancora salutava “Marcellino” [“pane e vino”], poi prendeva una boccata d’aria… poi, se al bar era già andato [“regaz, da l’altroieri non mangio”], iniziava la lezione sui fumetti.

La prima fase – come vedremo – ovvero la sceneggiatura, non era così prioritaria per la mente raffinata di Pazienza. Decise di cominciare dal TITOLO. Diede dei titoli, o in alternativa dei dettagli dettagliatissimi. Fondamentale era che noi bache secche portassimo “la prossima settimana, se ci sono ancora, regaz” delle stupefacenti copertine di queste storie inesistenti, con personaggi inesistenti, il tutto campato in aria.

“Rapisarda” a questo punto torna a vagare nei vacui abissi della dimenticanza, sennò v’avrebbe citato il lunghissimo titolo in cui c’entravano belle more, baci gelidi come serpi e tant’altro, a mettere assieme una poesiola su quattro righe che ho sempre sospettato avesse rubato [ignorante io] da qualche simbolista francese - e sei protagonista!!

Io comunque lavorai sodo tutta la settimana tra la lezione di dispense e quella di consegna. Analogamente al Maestro, saccheggiai la mia libreria casalinga, fotografie, cartoline, fumetti di Paperino [pure io], stampe ottocentesche, I Popoli del Mondo De Agostani - era fatta!

Arrivo orgogliosissimo alla lezione successiva, con una tavola orizzontale [tipo le copertine del “Topolino D’Oro” che leggevo nei miei anni di bimbetto] il cui titolo era – per tutti gli alunni – “Mario Carotenuto e lo strano caso delle gemelle siamesi”.

La mia era composta di piramidi Atzeche, di statuette antiche [gemelle, appunto], di cattivissimi dai denti da vampiro, d’investigatori Scherlocchi, insomma: Barks, Barks, Barks.

Paz la vide, storse un po’ il naso, forse si pentì [del naso]… poi, da amicone, commenta: “Ah, Walt Disney?” Io raggelai: “Barks! Carl Barks.”. Lui scatta disinvolto alla prossima scaracchia della prossima baca secca.

Insomma, le cose andarono in quel modo per un po’ di settimane. Copertine su copertine, sullo scibile umano ed extra-umano. Gli piacque una mia veduta da un castello Cecoslovacco [interno], con panorama dalla finestra pietrosa che sfumava nella mia abile tecnica d’acquarello [“come l’hai fatta? bella!”, io: “mah, schizzi che ho preso ‘en plain air’ durante un viaggio” – mentivo, ricalcavo, mentivo]. Sputacchiò su qualche mio – e d’altri – tentativo di “rifarlo” [l’omino col nasone alla Pazienza, l’omino con i ricci alla Pazienza, canne ovunque]. Finché il temino della settimana fu “una landa desolata, con un tronco abbattuto ove si posa un corvo cupo, come cupo è un albero senza foglie ma con ramificazioni contorte ed inquiete, e nebbie e nebbie, e un sole che tramonta nella foschia, e prospettive al nulla, al nulla dell’anima”. Gothic?

Al “Disco D’Oro” imperversava “Pornography” dei Cure, e quella era la nebbia delle anime desolate di questa città desolata.

A casa mia il piatto girava, ripeteva “The Hanging Garden” ad-libitum, la mia sofferenza di ventenne maudì viveva un’epifania: a chi servivano le foto e la documentazione?

La volta successiva Pazienza girava i banchi tra uno scaracchio e l’altro, e capitò da me. Disse “uhm”. Prese il disegno e lo portò in cattedra: “Così, regaz, si fanno le cose, queste prospettive verso il nulla, l’albero contorto di Biancaneve, il corvo di Edgard Allan Poe, questa tristezza, questo soffrire”.

Io continuavo – ehm – a prendere appunti. Perso qualche elogio, ero arrivato al punto in cui tutto assomigliava ai malinconici quadri di Caspar David Friedrich “che trovate in piccole edizioni economiche nei cestoni su marciapiede della libreria di via Irnerio all’angolo con via Mascarella, regaz imparate da Rapisarda”. E da Friedrich.

Il giorno dopo ero in via Irnerio. Friedrich sapeva qualcosa di me che io non sapevo. Poi mi venne in mente che nei Classici Dell'Arte Rizzoli ci doveva essere un volume tutto su Friedrich, ed io a casa avevo la serie completa. Tornai a casa.

venerdì, luglio 28, 2006

Le origini - Part ONE

Disegnavo da alcuni anni, su foglietti, sul banco, sui libri di testo.

Quel giorno, come ogni giorno, inforcai la mia Vespa PX200 che mi attendeva sotto i portici di via Zamboni.
Stavo frequentando il corso neoassunti del Credito Romagnolo. Ero stato assunto in BANCA! I genitori sbavano per queste cose, non avendo MAI lavorato in Banca…
Il corso, 25/30 neoassunti, un responsabile, e ogni giorno un funzionario a spiegarti chi è cosa fa, come si fa, perché si fa e…. siamo una grande famiglia.
Occupazione principale degli allievi, Tris, bigliettini, scena muta, alcuni zelantissimi.
Sfortunatamente alle superiori, primo banco, avevo sdoganato gli appunti a disegni facendo digerire ai prof. la mia tecnica, loro spiegavano e io disegnavo. Meglio di così!
Altra brutta abitudine, stare attento in classe.
Quindi, tra battaglie navali, tris, bigliettini e Gazzette dello Sport mimetizzate tra tavolo e ginocchia, cominciai a riempire il blocco appunti di schizzi, battute, citazioni etc. il tutto finalizzato a fissare i concetti dei FUNZ (alcuni anche simpatici).
Un tipo così, dopo una settimana, diventa famoso: ogni mattina riunione degli allievi per “ammirare” la produzione (un saluto a Barbara).
La visita fatale fu di Alfonso, funzionario dell’ufficio a cui ero destinato, giornata melodrammatica, mi prese di mira con domande tecniche e trabocchettevoli a beneficio della platea.
Ne scaturì una spash page stile prima di Kriminal: soggetto pp di Riki Andrews dentro ad un mirino, titolo: NEL MIRINO DI ALFONS.
Il tutto nel mio blocco appunti che lasciavo SEMPRE sul tavolo, alla sera non lo portavo a casa.

Salgo in Vespa, CLIK Nannucci per vedere qualche disco. CLIK parcheggio subito sotto le 2 torri per arrivare a piedi in via Oberdan PASSANDO PER GALLERIA ACQUADERNI.
In quella galleria SEDE del Credito romagnolo, ore 17.15, impiegati appena usciti a capannelli.
CLIK vedo Antonella (la mia fidanzata). Lavora a Casalecchio cosa ci fa QUI? Sciopero della SECURMARK quindi è venuta con un collega a portare qualche decina di milioni in contanti nel caveau della SEDE. “Faccio in 5 minuti, aspettami che torno con te in Vespa”. OK mi appoggio a una colonna. CLIK Arriva ALFONSO, saluta i colleghi e gli mostra una cartella. “Guardate al corso che belle cose fanno i ragazzi!”.
Antonella esce e andiamo da Nannucci.

giovedì, luglio 13, 2006

Andrea Pazienza e Zanardi nella Fontana Ritrovata (giugno 1984)


PREMESSA : I FUMETTARI

Un gruppo di grandiosi fumettari in auge restituirà l'immagine della fontana alla Piazza, reinterpretandone, con ironia e stile, la forma, l'aspetto, la storia e l'ambientazione, dipingendo direttamente sulle tavole di legno nella ingombrante capanna che la racchiude. L'opera avra' inizio il 18/6/84 alle ore 10 e terminera' il giorno dopo, per l'inaugurazione.

(following text by Stefano Trentini, first published in "Nuvola Bianca" Magazine, Issue No. 3, December 1984)

L'estate scorsa a Cesena e' successa una strana cosa, della quale s'e' parlato pochissimo in giro, nemmeno le riviste specializzate l'hanno accennata: la vecchia fontana di piazza del Popolo, causa restauri, e' stata "imballata" in un prefabbricato cuboidale in legno. Successivamente le quattro pareti sono state curate da illustri fumettisti.
Ugo Bertotti ci ha spiegato che l'iniziativa, partita da un architetto del comune di Cesena, Sauro Turroni, che aveva contatti col gruppo di Valvoline di Bologna, era stata progettata per quattro fumettisti: Bertotti, Pazienza, Carpinteri e Igort, ognuno dei quali col compito di decorare una parete della costruzione, dalle dimensioni di circa 8 metri di lato.


Igort, poi, non sentendosela di lavorare in quelle proporzioni, non ha accettato, lasciando cosi' il posto ai ragazzi della scuola del fumetto di Bologna.

Bertotti e Pazienza hanno lavorato su un disegno preparato in dimensioni minori, quindi proiettato e ripreso aiutati (soprattutto Pazienza) nella stesura delle grosse campiture e nella preparazione dei colori, dai ragazzi della scuola del fumetto: Carpinteri, invece, e' andato "in diretta" da solo.


Guardando i quattro disegni esecutivi risulta evidente il tema trattato, quello appunto della fontana che ognuno ha interpretato a proprio modo.


Non sappiamo come abbiano reagito i cittadini di Cesena di fronte al prominente membro del cavallo di Pazienza, cavalcato da un inarcato Zanardi a dorso nudo; sicuramente pero' saranno rimasti affascinati dalla piacevolissima "Abbeverante con cagnolino" di Bertotti.


Il lavoro dinamico e gestuale, realizzato con bombolette spray da Carpinteri, invece avra' trovato senz'altro consenso da parte dei frigidairiani cesenati.

Spetta a voi ora farvi un giretto a Cesena (magari una domenica "che non si sa mai cosa fare") e godervi personalmente queste fumettopere.

3NTINI



venerdì, giugno 16, 2006

Il vino buono va condiviso con gli amici ... INTERVISTA A MAGNUS (1984)


IL SOGNATORE IN BIANCO E NERO

di Giorgio Franzaroli

Chi dispensa cultura nelle varie forme, che siano film, libri, musica e tutto il resto che ci accompagna durante l’esistenza, rendendola piacevole, ci pare immortale, o almeno inesauribile. Dieci anni fa moriva Magnus, all’anagrafe Roberto Raviola, bolognese: uno dei più grandi disegnatori di fumetti di tutti i tempi. Chi sta scrivendo non ha remore a restringere il campo e definirlo in assoluto uno dei più grandi artisti italiani del 900. Non in virtù del fatto che il fumetto è già stato sdoganato da tempo e definito “nona arte” da nomi illustri, ma perchè le tavole di Magnus sono ormai icone che rappresentano il periodo che sta a cavallo fra gli anni '60 e '70. Come i film di Fellini, le canzoni di Luigi Tenco, le manifestazioni di piazza e l’eskimo. I fumetti “neri” con la “K” hanno albergato nelle camerette degli adolescenti di allora, e subito dopo sono stati ereditati da quelli della mia generazione, gli ormai quarantenni di adesso. Kriminal e Satanik furono personaggi epocali, che facevano il verso a Diabolik, ma che vissero in completa autonomia di stile, sviluppando, all’interno di intrecci truculenti, una vena grottesca irrepetibile, frutto di una simbiosi fra il disegnatore Magnus-Raviola e lo sceneggiatore Bunker-Secchi. Max Bunker (ovvero Luciano Secchi) arrivò all’apice della sua vena satirica con Alan Ford. E Magnus, dopo averlo disegnato, fu per sempre, per i profani, “quello di Alan Ford”. Disegnava centinaia di tavole al mese, e il metodo di riempire gli spazi con ampi chiaroscuri per velocizzare i tempi di consegna, divenne il suo stile imprescindibile. I suoi disegni in bianco e nero sono entrati nell’immaginario collettivo di almeno 2 generazioni. Qui è giusto ricordare i nomi di due fra i collaboratori che valorizzarono le matite di Magnus inchiostrandole egragiamente: Giovanni Romanini e Paolo Chiarini, anche loro di Bologna. Nel momento di maggiore successo di Alan Ford, la ditta Magnus & Bunker si scioglie.
Magnus diventa autore “per adulti”, e crea “Lo Sconosciuto”, un mercenario che si muove in Libano, in Sud America, e in altre zone storicamente difficili. A editarlo fu Renzo Barbieri, altro pioniere dell’epoca che creò un piccolo impero editoriale con i tascabili erotici. Magnus si rivela già un autore completo e le sue creazioni successive diventano dei classici riconosciuti anche all’estero, forse più che in Italia. La sua coerenza creativa è sempre ad alti livelli, che si tratti di un fumetto porno-splatter come “Necron”, o di un capolavoro assoluto tratto da un’antica novella cinese come “Le 110 pillole”. Con “L’uomo che uccise il Che” affronta l’approfondimento storico, e con la sua interpretazione di Tex Willer ritorna al fumetto “popolare”.
Il suo Tex uscì postumo, poco dopo la sua morte. Sfogliandolo, non si può non pensare con grande amarezza allo sforzo immenso che deve avere fatto per concludere l’opera. Nel 1984 Bologna era la capitale del fumetto: gli autori italiani che che disegnavano per “Frigidaire” e “Linus” abitavano quasi tutti qui, un nome per tutti è quello di Andrea Pazienza.

In quel periodo Magnus abitava ancora in Via Toscana, ed essendo il suo nome sull’elenco del telefono, lo chiamai chiedendogli di accordarmi un’intervista, da pubblicare su una fanzine che si chiamava “Nuvola Bianca”, edita a Ferrara da Stefano Trentini, con cui collaboravo in veste di “corrispondente da Bologna”. La prospettiva di un incontro con il mio disegnatore preferito mi faceva tremare le gambe, dal momento che all’epoca avevo 16 anni, e prevedevo anche che un nome così illustre non avesse tempo da perdere coi “fanzinari”. Invece Magnus mi diede appuntamento a casa sua. Ci andai accompagnato dallo stesso Stefano Trentini, che a quei tempi era spesso a Bologna, immerso nei gangli della burocrazia editoriale, e da Alberto Rapisarda, compagno di corso alla scuola di fumetto“‘Zio Feininger”. Era estate, credo Luglio. Ci aprì la porta Magnus in sandaletti, completamente rasato a zero, confermando la leggenda che aleggiava su di lui: Bob Rock e Magnus erano la stessa persona. Passai il pomeriggio nel suo studio schiarendomi la voce, afona per l’emozione, a furia di caramelle alla menta. Magnus parlava a ruota libera, le sue risposte nobilitavano anche le domande più banali. Quella che segue è solo una parte dell’intervista.
Il resto giace incomprensibile nella cassetta che usai all’epoca per registrare la conversazione, impossibile da sbobinare. Le domande sono frutto anche degli interventi di Stefano e Alberto, grandi appassionati di Magnus, e ora entrambi prefessionisti del settore. Il disegno che correda l'intervista fu eseguito da Magnus quel pomeriggio.

D
: Ormai è tantissimo tempo che lei disegna fumetti, e anche se continua a rinnovarsi, non le viene il dubbio di non andare al passo coi tempi?

R
: Io spero di continuare a rinnovare il mio modo di fare fumetti, ma non per mia ambizione, lo sento come un dovere nei confronti di chi mi legge; finchè mi si presenteranno nuove aperture sarà un mio dovere affrontarle. Credo che sia così anche per i miei colleghi. Per quanto mi riguarda, io credo di essere abbastanza attuale, almeno io vado al passo coi miei tempi. Io devo continuare il mio giro di pista, quindi posso rapportarmi con me stesso, non con quello che mi gira in torno.

D
: Della Nuova scuola Italiana come i “Valvoline” (n.d.r. : Igor Tuveri, Giorgio Carpinteri, Marcello Jori, Lorenzo Mattotti, Daniele Brolli, Jerry Kramsky) cosa ne pensa?

R
: Io ne penso benissimo. Loro sono nati autonomi. Autonomi nel senso che non puoi citare con facilità dei criteri con cui sono partiti. Adesso hanno una tenuta tale che non hanno delle cadute di tono. Si vede cioè la coerenza di uno stile. Ci sono però varie scalibrature, non come vicenda.
Una vicenda normale con il loro segno è già nuova. Loro indeboliscono la narrazione portante cercando di forzare la storia liberando molte immagini, ma è più difficoltoso seguirli. Pure c’è abbondanza di testi. Ma questo è troppo rischioso perchè il lettore si stanca di leggere tanto. Oppure non scrivono nulla e il lettore non è contento perchè la storia gli è scivolata via troppo in fretta. Lo stare a contemplare delle immagini senza sapere il senso di queste immagini è troppo per il lettore. Non si possono fare degli ermetismi. Lo fanno per paura di essere banali, mentre invece sul banale ci cresce molta roba.

D
: Però ultimamente ha collaborato con “Frigidaire” con una storia come “Socrate’s count down”, completamente diversa dal Magnus che tutti conoscono.

R
: Perchè collaborando con Frigidaire mi sono identificato con Socrate che beve la cicuta. A parte gli scherzi, avevo l’occasione di realizzare questo progetto. Essendomi letto questo
fatto, ho visto che il narratore era di una bravura eccezionale per la precisione con cui descrive. Io ho pensato che si poteva anche disegnare. Il problema non era il testo, infatti ne ho tirato via parecchio. Platone non aveva bisogno delle figure. Il problema era come rappresentare questi antichi Greci. Allora io ho fatto come delle statue di gesso, quindi l’inserimento dell’orologio elettronico per creare un certo contrasto. Poi mi hanno criticato i singhiozzi. Io non volevo fuggire dal fumetto e quei “sigh! sigh!” confermavano la mia scelta.

D
: Da cosa dipende secondo lei la qualità di una storia a fumetti?

R
: Da molti fattori: ad esempio ho fatto dei disegni in cui tutta la compressione che avevo nella storia precedente è scomparsa. Ti sto parlando de “L’uomo che uccise il Che”. Questa storia mi ha preso talmente nel disegno che ero preoccupatissimo. Dovevo creare una storia lunghissima, uniforme, uguale dall’inizio alla fine; è stato un grosso vantaggio in seguito: ho fatto delle figure femminili, e tutto quel peso che si era venuto a creare con “L’uomo che uccise il Che”, mi è venuto poi a facilitare le cose, mi ha dato più sicurezza nel segno.

D
: Molti pensano che con “Necron” lei ha fatto un regalo alla pornografia, mischiandola al grottesco.

R
: In Francia sta avendo molto successo, hanno riso molto. Il merito comunque va alla scrittrice dei testi, che ha una vena comica molto producente. Diciamo che volevo fare qualcosa della “nuova scuola”, ma sul piano del repellente. Poi sono scivolato sul buffo, e la scrittrice ha colto la palla al balzo, e ha scritto un sacco di situazioni buffe. Poi c’é stata la novità della linea chiara. Credevo che in questo modo avrei potuto cavarmela con maggiore rapidità, mentre invece non ti consente di mettere niente in ombra. Quindi ti devi frullare il personaggio da tutte le parti per non metterlo in ombra. La linea chiara comporta uno stile, un segno molto preciso. Non decidi subito le macchie e i neri. Qui mi sono trovato d’accordo con i Francesi. Non ho voluto rubare qualcosa, semplicemente mi sono trovato temporaneamente d’accordo con il loro modo di fare fumetti. Adesso tornerò al pennellino, ma lo farò apposta per fare un fumetto vecchio stile, una storia salgariana, e la disegnerò come non è mai stata disegnata. Ai tempi in cui andavano le storie salgariane, non c’era il sangue e il delitto come lo vediamo noi, nè tantomeno il sesso. Quindi riprendendo quel filone di avventure di avventure e facendo una storia riformulata ai giorni nostri, trovi un altro tipo di avventura. Guarda ad esempio “I predatori dell’arca perduta”. La trama è quella di un film degli anni 40. Tu guarda le singole situazioni e scopri che non è così.

D
: Come mai un amore così profondo per i paesi orientali?

R
: Perché sono più civili. L’amore per i paesi orientali è in un certo senso l’altra faccia di un certo odio per i paesi occidentali. C’è della convenienza a imitarli, sotto certi punti di vista, è anche vero che gli orientali hanno bisogno del rigore occidentale, diciamo che gli sarà utile.

D
: Della vena comica di Max Bunker è rimasto qualcosa nel Magnus di oggi?

R
: Oddio, ormai non più, vari trucchi sono stati assimilati, ma proprio non posso più sentire le influenze di Bunker, anche perchè faccio un tipo diverso da quello, che esige quel tipo di situazioni. Quello che disegno è anche il frutto di altri scritti. Ti rimando a “L’uomo che uccise il Che”. Lì l’arte dello sceneggiatore conta poco: in pratica è un distillato di documentazione e scritti dove l’unica cosa essenziale è la capacità di unirli logicamente, oltre poi a disegnarli.

D
: Lei ha smesso di disegnare ALAN FORD proprio nel momento in cui aveva più successo. Non le sono venuti dei rimorsi?

R
: Certo, comunque devi capire che settantacinque numeri tirati uno dietro l’altro non sono uno scherzo. Poi mi hanno fatto compagnia delle altre situazioni che all’epoca me l’hanno fatto dimenticare. “La Compagnia della forca” era una di queste. I compiti erano poi divisi fra me e Romanini, che a un certo punto era sconvolto perchè io non ero molto puntuale con le matite, e anche perchè io non ero molto convinto. Ma sono andato avanti lo stesso con quella storia terribile che è stata definita angosciante. Nel giro di quattro-cinque numeri si è capito subito, appunto perchè era il periodo in cui l’ombra di Alan Ford gravava ancora sulle spalle. Venivano da me dei ragazzi e mi dicevano di smetterla, e di tornare a disegnare Alan Ford. Io non pensavo di privarvi di un amore così grande!

D
: Quando disegnava noir e comico nello stesso tempo non si sentiva un po’ disorientato a cambiare sempre stile?

R
: Mha! Io mi sono sempre divertito: Raviola aveva certe idee, però Magnus faceva altri fumetti. Fino a quando Magnus ha rifiutato Roberto Raviola e ha raggiunto una totalità di carattere sul fumetto: è una questione di professionismo.

D
: Lei è un disegnatore metodico che lavora a orari stabiliti, oppure è uno di quelli che si alza di notte a disegnare perchè le è venuta l’ispirazione?

R
: Faccio delle gran dormite! Per mia fortuna dormo di sasso. Se dovessi pensare ai fumetti anche di notte ... Io ci vivo dentro già tutto il giorno! Poi faccio dei sogni, si, ma non a fumetti.

D
: A colori o in bianco e nero?

R: In bianco e nero! Magnus sogna solo in bianco e nero.