giovedì, settembre 07, 2006

Il primo giorno di scuola di Andrea Pazienza - parte seconda [di 3]


di Alberto Rapisarda

Delle teorie delle ombre

Nel frattempo. Pazienza cominciava a domandarsi come sarebbe riuscito ad insegnare la sua materia, la narrazione a fumetti. Chiese consiglio a qualcuno, tra i suoi colleghi insegnanti. Ma restava un fatto: da dove attingere un metodo di docenza, nello zero assoluto, o quasi, di programmi didattici, di libri di testo, di esperienze – a parte qualche caso isolatissimo a Roma, Milano, nella stessa Bologna – di insegnamento dei fumetti?

Paz scansò molto abilmente, ancora per qualche settimana, tutto il problema, facendo per il momento memoria del metodo attraverso cui egli stesso aveva “imparato”, e che per molte vie traverse – compresi i suoi orridi, ehm, quadri -, lo aveva portato ad essere un divo dello stardom della nona arte. Ovvero il suo amato/odiato liceo artistico – che, come sapremo da varie fonti, non dovette essere così male, frequentato guarda caso, stessa città di Pescara, stessi anni, molti docenti comuni anche se in corsi diversi, da Tanino Liberatore (le estenuanti lezioni con modelli - nature vive e morte - traspaiono nelle prime prove fumettistiche di Pazienza, soprattutto in alcune timide anatomie prettamente accademiche - da cui s’affrancherà per fortuna ben presto -, che profumano di sagome inanimate, di corpi Leonardeschi, senza alcuna scintilla personale).

Soddisfatto di questo percorso a ritroso, Pazienza si dilungò sulla teoretica del disegno. Dire che non fece centro al primo colpo, non rende forse l’idea della delusione a cui, nelle prime lezioni da professorino pugliese, esponeva noi alunni. Non dimentichiamo infatti che l’adesione quasi oceanica (cento persone il primo anno!) era motivata per molti dalla presenza nello staff del divo Pazienza. Non tutti venivano a lezione per sudare mille camice sul foglio di disegno bianco, da riempire d’acquerelli, di linee chiare, di pointellismi. Per alcuni, ancor più per alcune, la lezione era uno spettacolo: la performance artistica del Divino Paz.

Difficile dire se Pazienza fosse in certo qual modo consapevole di tutto ciò, che cioè la gente voleva vederlo disegnare, e stupirsi, ed ammirare, come gli era successo tante volte tra le varie Lucca Salon dei Comics, e le feste di Frigidaire, e i molti happening fumettari che tra fine anni ‘70 e i nascenti ‘80 prendevano sempre più piede. Difficile dire, in altri termini, se tramasse d’essere un insegnante un filo crudele, che si fa desiderare come una bella donna, che si fa pagare e non-basta-mai, come prerogativa d’una Stella. Fatto sta che non ebbe migliori idee, in quest’ennesima fase di transizione, del dispensare lezioni su come si disegna. Assai improbabile, no? Un’ora soletta alla settimana, per di più serale, per illuminarci su come s’articolano le giunture delle mani, ché siano credibili – per dire il meno.

Annebbiato, una sera se ne uscì con una paludata chiarificazione su come le ombre si dividano in: 1- ombra reale, e 2- ombra portata. Io - stranamente come molti altri alunni/colleghi-destinati-a-pubblicare, provenivo dallo scientifico, e la manfrina della teoria delle ombre, che al liceo trovai affascinante, bellissima, chiarificatrice, l’avevo digerita volente o nolente nei cinque anni di disegno tecnico… quanti CONI posti sotto il fasci di linee PARALLELE della fonte luminosa “in teoria”, e tutte le proiezioni del vertice, e dei lati, eccetera.

Così anche il nostro insegnante, troppo concentrato ad impartire ‘sta benedetta Teoria, non ebbe da proporre null’altro che un manichino! Un viso d’uomo, molto Pazienzesco - poteva essere un Pentothal senza baffi, o il suo alter ego più maturo Francesco Stella -, ma per Paz fu solo un riflesso condizionato. Niente baffi? Non basta. Niente bocca, niente occhi, nessun padiglione auricolare, nulla di nulla se non l’ovale del viso, ed il nasone a patata che ben conoscete, proiettato per intero con tratto scurissimo, 2- ombra portata… sulla guancia; il medesimo nasone, scurito con leggero tratteggio, nel lato opposto la fonte luminosa, per definire la 1- ombra reale.

Le ragazzine che facevano a pugni per stare in prima fila, con le loro minigonne dark, con le calze velate attorno a gambe esili e desiderabili, un trucco leggero ma astuto, fiori tra i capelli… si guardavano imbarazzate, mentre Paz “regaz, per la prossima volta…” dava istruzioni su quante prove per conto nostro avremmo dovuto svolgere a casa - tutte le varianti (avete presenti quante varianti vi sono in una lezione sulla teoria delle ombre? no? frontale ombra laterale, frontale ombra bilaterale, tre quarti ombra posteriore, tre q…). Qualcuna di dette fan(s) forse meditò sul tornare a trascorrere le serate col moroso istituzionale. Senz’altro nessuna arrivò alla lezione successiva con tutte le varianti delle ombre reali e delle ombre portate. Noncuranti, tornarono ad occupare le primissime file, ed a sbattere le palpebre.

Che c’entra la Bertè?

La lezione che andava a svolgere quella sera doveva essersela rivista in sogno, davanti allo specchio, nel tragitto in macchina, lungamente quanto le repetitio d’uno dei suoi esami al DAMS. Pazienza s’apprestava a dare la sua prima vera lezione su come si fanno i fumetti. Anzi, parola d’ordine: facciamo un fumetto - fate un fumetto! L’idea non era tanto peregrina, e credo che gliel’avesse davvero suggerita qualcuno: ogni buon fumetto che circola sulla faccia del pianeta abbisogna prima di tutto d’una buona sceneggiatura. Ovviamente la materia “come si sceneggia un fumetto” era competenza di Daniele Brolli, così, se la memoria non m’inganna, le sceneggiature che Pazienza si portò appresso erano state scritte nella quiete casalinga, pronte da sciorinare precotte.

Una piccola osservazione va riservata al fatto che nella sua opera omnia – che io non possiedo “by heart”, indi prendetemi con le pinze – Paz s’era qualche volta appoggiato ad un collaboratore esterno proprio per la parte dei testi. Ad esempio il pluricitato Marcello D’Angelo, il Tamburini – per cui faceva i disegni sottobanco -, credo persino il politicante Nicolini.

Oggi – quel giorno – non solo era arrivato con un soggetto e con dei dialoghi, da affidare ad una classe intera, ma persino con una sceneggiatura – se preferite: un livello assai complesso di regia, montaggio, elaborazione sequenziale – che andava ad illustrare verbalmente… Con un misto di seriosità da docente, di eccitazione autorale, d’ilare complicità, Paz correva da un angolo all’altro della classe, a spiegare con grandi movimenti delle mani che la sigaretta in primissimissimo piano fa “FIZZ” eppoi il dettaglio entra nelle braci, persino negli atomi delle braci… “per poi aprirsi in un paesaggio cheto, floreale”. Oddio!

Questa sceneggiatura scelta per la mia classe, intitolata “LSD”, era tuttavia imbastita su una trama abbastanza semplice (qualche variante più “pesa” l’aveva già svolta – e la svolgerà pure in seguito – per proprio conto, con condimento di eroine, perversioni sessuali, ed altro): un personaggino alla “Pazienza” si FACEVA – in questo caso scolastico, d’un non troppo letale acido – e viveva tutta una serie di situazioni improntate al senso d’inadeguatezza nei confronti della gente e del mondo circostante (insomma il classico Sè sfigato, che non sa, da solo, evitare le merdozze invariabilmente pronte da calpestare).

Come è ovvio la vicenda era ridotta all’osso – detta tutta: l’omino piglia l’LSD, versa per paradisi lisergici, ma giunge una tardiva telefonata, un amico con due ragazze l’aspetta per una serata al cinema, dove egli naturalmente ANDRÀ… I dialoghi sono in puro stile Pazienza, pur ondeggiando tra il trito e ritrito (“ma Gino non doveva telefonarmi alle otto?”… “vatti a fidare dei Gini!”), alla comica collaudata (“sessanta biglietti”… “di prima classe!”), con qualche ciliegina di crudele ironia nei confronti di chi s’avventura nelle percezioni alterate (Gino: “dai non fare il cretino, sta per iniziare il film”… “Ai confini della realtà!”).

Nella minuziosa descrizione dei piani cinematografici, dei campi e controcampi, della curiosa preferenza (almeno in quest’occasione) per una quantità di “dettaglio” e “ancor più dettaglio”, Pazienza si riservò di svelare la fine del fumetto. L’ultima striscia, su pagine di sei vignette x tre strisce, andava riempita con una moltitudine di piccoli quadretti, che diventavano sempre più piccoli, sempre più frenetici, fino a sparire nel nulla. Forse la maschera del cinema, che era appena giunta ad allontanare il “viaggiatore” dalla sala cinematografica, avrebbe chiamato l’ambulanza, e lui “naaaa!!!” avrebbe fatto resistenza sferrando qualche pugno micidiale, per poi inoltrarsi allucinato tra le ombre delle vie bolognesi eppoi… “regaz, solo un’idea, finitela voi come vi pare!”.

Molti si cimentarono.

Per non trovarsi con cento “LSD” il giorno della consegna, Pazienza, come accennato, aveva preparato un secondo soggetto, dal poetico titolo “Il mare d’inverno”. Anche qui con un omino sfigatissimo, alle prese con un lungo viaggio in treno alla volta di Rimini.

Giorgio Franzaroli, in seguito universalmente misconosciuto per la prova che diede (ma come? un soggetto inedito di Pazienza, e nessun bibliografo di Apaz lo cita?), disegnò la storia riminese con uno stile vivace ed autonomo, e la fece andare in stampa sul giornale a fumetti di tutto rispetto “Nuvola Bianca”, diventandone di fatto il disegnatore ufficiale.

Quella dell’acido, “LSD”, fu realizzata fino in fondo da Roberto Carubbi – il quale però rimaneggiò pesantemente sia i dialoghi che la sceneggiatura, ma anche in questo caso il risultato fu professionale e tanto divertente da rotolarsi sul pavimento.

Io - m’ero cimentato con la stessa storia d’acidi di Carubbi - avevo preferito seguire alla lettera le istruzioni di Paz, realizzando il mio primo fumetto a colori con sufficiente elaborazione proto-professionale. Mi arresi all’ultima striscia. Quadretti all’infinito mi ispiravano il niente. Annotai, sul bordo inferiore della tavola, “vedi Creepy n. 23 pag. 46”, dove presumo qualcuno aveva avuto quella stessa idea dei quadretti all’infinito, molto prima di Paz.

Chissà: se un giorno volessi mettere a posto quelle tavole – “brutte ma fedeli”, direbbe il poeta – oltre a rifare il lettering, e ripulire un fracco di sbavature, dovrei consultare quel famoso Creepy, e, finalmente illuminato, concludere la storia in bellezza.

Resta un mistero: io non ho mai avuto numeri di Creepy… e, allora?

6 commenti:

@lberto ha detto...

volevo ricordare che tutti i materiali iconografici che pubblichiamo (foto, disegni, tavole...) sono generalmente - compresi quelli di Pazienza -, rari o assolutamente inediti. bye :)

cicetnik ha detto...

non so cosa ci sia a pag.23, ma la copertina di Creepy n.26 la trovi qui:
http://www.horrorseek.com/horror/unclecreepy/images/creepy26.gif

LUKE ha detto...

l'immagine dell'uomo con la forfora la ricordo, ma aveva dei tratti somatici diversi - era una pubblicità dello shampoo

Bianca ha detto...

alberto è un filo incerto qui - so anche il perchè ;)

@lberto ha detto...

Grazie Blanche, le donne sanno come distrarre i maschietti, anche con un po' di sano "terrorismo psicologico".

Zio Feininger ha detto...

Si, l'uomo con la forfora apparteneva ad una serie di tavole che una ditta abbastanza famosa di shampoo aveva commissionato ad altrettanto famosi autori tipo Guido Crepax, Milo Manara e lo stesso Pazienza, che consegnò (come gli altri) una tavola orizzontale - dunque stampata su due pagine - in cui il protagonista si lamentava di un sacco di problemi con la sua "lei"... alla fine risultava che i problemi li aveva con la forfora, non con una donna, anzi dopo la cura iniziava naturalmente il travolgente successo col gentil sesso :)

...questo disegno è una prima prova, forse rifiutata dall'agenzia pubblicitaria che curava la campagna... il personaggio finale era molto più bullo e rude (per rendere credibile la storiella?)

non sappiamo se i testi fossero di Paz, probabilmente si, comunque questa versione inedita (ancora da scontornare) Andrea la regalò ad un'amica Friulana, Patrizia, da cui la dedica.

Notare che l'ultima vignetta, in tutte le tavole di detta campagna pubblicitaria, era una foto (la bottiglietta di shampoo).